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domenica 4 novembre 2018

Lo Sapevate Che: Oggi è San Carlo Borromeo...


CARLO Borromeo, san. - È, dopo S. Ambrogio, il più celebre e popolare arcivescovo di Milano. Fiorito in un'epoca della massima importanza storica, egli è l'uomo di governo che, per la sua attività e le sue eccezionali virtù e qualità, ha lasciato un'orma incancellabile non solamente nell'ambito della chiesa milanese, ma in tutta la cristianità.
Carlo nacque secondo figlio del conte Giberto Borromeo e di Margherita de' Medici (sorella, questa, di quel Giovanni Angelo che fu poi Pio IV) nella Rocca di Arona il 2 ottobre del 1538. Religiosamente educato a Milano dal parroco di S. Ambrogio, ricevette dodicenne l'abito clericale e la tonsura. A sedici anni lo troviamo inscritto all'università di Pavia per i rami della teologia e delle leggi e il 6 dicembre 1559 egli conseguì la laurea in diritto canonico e civile.
Pochi giorni dopo, il 25 dicembre, è assunto al pontificato lo zio Pio IV, e questo fatto segna l'ingresso di Carlo nelle più alte carriere: il pontefice zio chiamò a sé a Roma, il 3 gennaio, il giovane nipote e gli assegnò senz'altro le cariche più importanti. Il 31 gennaio 1560 Carlo fu eletto cardinale diacono, e l'8 febbraio dello stesso anno arcivescovo di Milano, con l'obbligo di rimanere in Roma e di governare la lontana diocesi per mezzo di vicarî. Nello stesso tempo Carlo fu nominato protonotario apostolico, referendario, governatore delle legazioni pontificie di Bologna, della Romagna e delle Marche d'Ancona; diventò quindi protettore della Corona del Portogallo, dei Paesi Bassi, dei Cantoni cattolici della Svizzera, dell'ordine gerosolimitano di Malta e di parecchi ordini religiosi, come i francescani e i carmelitani. Fu altresì nominato presidente della Consulta, dicastero che Paolo IV aveva istituito per provvedere a tutta l'amministrazione civile degli stati pontifici; toccò pure a lui l'onore d'aprire nella storia del governo della Chiesa la serie dei segretarî di stato. Un così vasto favore concesso dal pontefice a un nipote tanto giovane non poteva non destare le critiche di molti, specialmente nella curia romana. Ma presto apparve che la scelta era stata felice.
Da questo momento Carlo appartiene alla grande storia, e la sua vita si può dividere in due periodi che potremmo chiamare, l'uno romano-tridentino, l'altro milanese. Il primo, breve di anni, ma densissimo d'azione, va dal 1560 al 1565; il secondo si protrae per 19 anni, cioè fino al 1584, anno della morte di Carlo.
Fosco era il quadro della cristianità in quell'epoca. Il concilio di Trento riconvocato nel 1550, veniva subito di nuovo interrotto per le sovrastanti minacce di Maurizio di Sassonia. In Germania il cattolicismo era fieramente avversato dall'idea luterana, che si radicava sempre più profondamente nelle coscienze. Nella Polonia molte fazioni si agitavano, e a por fine alle diverse tendenze confessionali era stato radunato un concilio nel 1555. Accesissima era la lotta religiosa in Francia, specialmente per l'agitarsi del vivace nucleo dei protestanti; disastrose le condizioni dei cattolici in Inghilterra, dove Elisabetta, salita sul trono nel 1558, aveva compiuto la separazione della chiesa anglicana da Roma. Meno gravi, ma non liete, le condizioni generali dell'Italia e della Spagna. D'altra parte, se l'intrapreso concilio aveva già portato qualche rimedio, la sua doppia interruzione aveva dissipato quei germi di orientamento cattolico, che i primi Padri là radunati avevano gettato nel terreno. Il cardinale Borromeo concepisce pressoché da solo il piano della ripresa del concilio, in mezzo a difficoltà grandissime. Nonostante l'avversione di molti, anche cattolici, Carlo indusse il pontefice a riconvocare in Trento la grande assemblea che fu riaperta il 18 gennaio del 1562. Carlo intanto, già orfano dei genitori, nel 1562 aveva perduto anche il fratello Federico, unico sostegno del casato; per la qual cosa era stato consigliato dallo stesso pontefice a formarsi una famiglia; rifiutò decisamente, anzi, ricevendo pochi giorni dopo quella morte, dal card. Cesi, gli ordini ecclesiastici, si dava tutto all'esecuzione di ciò che avrebbe avuto rapporto col concilio.
Egli ne aveva preparato la buona ripresa col far riconoscere dal papa l'imperatore Ferdinando I; aveva fissato, inoltre, d'accordo col pontefice, tutto il programma: la riforma del clero e degli ordini religiosi, i rapporti della Chiesa con gli Stati, le costituzioni dogmatiche e disciplinari, la disciplina liturgica, l'ordinamento matrimoniale, il generale miglioramento morale e religioso del popolo. Il B. impartiva le istruzioni ai legati pontifici presso il concilio che sorvegliava in ogni atto e decisione (è famosa una frase del Sarpi a questo proposito), e tanto fece che, con la XXV seduta, il concilio poté chiudersi felicemente il 3 dicembre 1563.
Terminate le assise tridentine, Carlo, chiamato subito fra i membri della congregazione concistoriale per l'esecuzione dei deliberati, ebbe gran parte nella compilazione del Catechismus Romanus ad parochos, deciso dal concilio e pronto in redazione definitiva nel 1564, che doveva essere il testo unico ufficiale per l'insegnamento della religione al popolo.
Nel frattempo il Borromeo non trascurò la sua diocesi lontana, da cui gli giungevano giornalmente notizie sempre più dolorose. L'assenza dell'arcivescovo aggravata dalle assenze degli arcivescovi antecessori, aveva prodotto uno scadimento generale nella diocesi. Il Borromeo decise allora di chiudere oramai il suo periodo romano, per tornare a Milano a dirigerne personalmente l'amministrazione ecclesiastica. Da principio vi aveva mandato come suo vicario l'agostiniano Gerolamo Ferragata; nel 1564 vi manda l'eccellente veronese mons. Nicola Ormaneto. A costui era affidata la mansione di preparare la venuta del cardinale a Milano, la quale in realtà avvenne il 23 settembre del 1565, dopo un suo viaggio attraverso l'Italia in qualità di legato a latere.
Aggravatosi per malattia lo zio pontefice, il Borromeo fece subito ritorno a Roma per assisterlo fino alla morte, avvenuta il 10 dicembre 1565.
Nel conclave seguito il B. fece trionfare il nome del Ghislieri (Pio V) e riprese quindi la via di Milano, arrivandovi il 15 aprile 1566; ivi rimase definitivamente come pastore, salvo qualche fugace parentesi romana, come per il conclave donde uscì Gregorio XIII, e in occasione dell'affare Ayamonte. L'opera grandiosa del B. a Milano si può riassumere in uno sforzo non mai interrotto per la difesa dell'idea religiosa e specialmente per il miglioramento dei costumi, sia del clero sia del popolo, in modo particolare eseguendo e facendo eseguire scrupolosamente le leggi del concilio di Trento; di guisa che il B. si può considerare il campione della Controriforma.
Lo zelo del B. non ebbe limiti: volle dapprima riformato l'uno e l'altro clero; servendosi dell'opera dei nuovi ordini di chierici regolari, quali i barnabiti, i gesuiti, i teatini, ecc. riordinò il culto secondo norme severe, erigendo numerose chiese fin sulle rupi alpestri, e fondando o rifacendo santuarî celebri, come quello di Rho, di Cannobio, del S. Monte di Varallo, e ponendo la prima pietra di S. Fedele in Milano; qui fondò nel 1564 il seminario; altri seminarî minori fondò nella campagna, come a Inverigo nel 1582, a Somasca nel 1576, e a Celana nel 1579. Estese la propria cura ai giovani ecclesiastici della Svizzera, istituendo per essi nel 1579 un Collegio elvetico. Nello stesso anno aveva anche ottenuto da Gregorio XIII d'istituire una nunziatura per la Svizzera. Aprì scuole e collegi, tra cui celebri il collegio di Brera affidato ai gesuiti, il collegio di Pavia, il collegio dei Nobili in Milano e quello pontificio d'Ascona sul Lago Maggiore; aprì anche case e ricoveri d'ogni sorta, tra cui in Milano il ricovero di S. Maria Maddalena, detto il Deposito, per le donne di malavita. Fondò l'istituto delle Scuole della dottrina cristiana, e diede principio alle scuole elementari, la cui tenuta rese obbligatoria ai parroci. Eresse pure le confraternite della Penitenza, e quelle del Sacramento tuttora fiorenti. Volle inoltre visitare tutta la diocesi, recandosi personalmente in circa mille parrocchie, non badando né a difficoltà di viaggio né a fatiche: il fatto della visita così generalizzata è una delle grandi lodi dell'episcopato del B., il quale visitò fin due volte ogni singola rupe delle Tre Valli Ambrosiane della Svizzera. Radunò durante il suo episcopato 11 sinodi diocesani (il primo presieduto dall'Ormaneto nell'agosto precedente l'ingresso solenne a Milano; e l'ultimo dal B. stesso nel 1584, pochi mesi prima della sua morte); che se si aggiungono anche i 6 concilî provinciali da lui tenuti negli anni 1565, '69, '73, '76, '79 e '82, si vede quale somma di lavoro egli abbia compiuto, non paragonabile forse a quella di nessun altro episcopato.
Il B. protesse e difese la fisionomia milanese attraverso l'antico rito liturgico della chiesa ambrosiana, pur non riuscendo, per la tenacia degli antichi usi locali, a introdurre il rito in taluni luoghi nel cuore stesso della diocesi (Monza). Con la questione del rito va pure connessa l'edizione del Breviario nel 1582, per la quale, come per il Messale, egli insistette nella conservazione della tradizione liturgica ambrosiana. Il B. è altresì il fondatore della Congregazione degli oblati, chiamata anche Congregazione dei Ss. Ambrogio e Carlo, eretta nella chiesa di S. Sepolcro in Milano nel 1578; le regole degli oblati, redatte da S. Carlo stesso, furono loro definitivamente consegnate il 13 settembre 1581.
Nel periodo milanese di S. Carlo non va dimenticata l'eroica assistenza agli appestati, quando il flagello colpì dopo la carestia la metropoli e la campagna lombarda nel 1576-1577 (rifacimenti in Milano del tempio votivo di S. Sebastiano, apertura della chiesa del celebre lazzaretto). Allora divise tra i poveri il prezzo di un intero principato, quello d'Oria, venduto per 40 mila ducati.
È naturale che ad un uomo siffatto si opponessero ostinate resistenze d'ogni sorta. Si ricorda l'opposizione fatta dai canonici della Scala che rifiutarono all'arcivescovo, il 24 agosto 1569, l'ingresso alla loro basilica, né meno noto è il contrasto di lui per i diritti della Chiesa con i rappresentanti del potere laico (questione d'Ayamonte, caso Requesens), contrasto finito poi col trionfo pacifico del santo; famosa è anche l'archibugiata tirata il 26 ottobre 1569 al santo, mentre pregava nella propria cappella, dal prete Gerolamo Donato, detto il Farina, la cui mano era stata armata da quei tracotanti Umiliati, il cui ordine stava per essere abolito dal B. (come avvenne con bolla papale del 7 febbraio 1571).
Il B. fu di carattere mite, ma energico. Taluni l'incolparono di precipitazione nei suoi consigli e perfino di ferocia nei suoi atti, rimproverandogli tra l'altro il cosiddetto processo intentato alle streghe: processo che pare a noi moderni di una rigorosità senza confine. Ma, a portare un retto giudizio sulla persona di lui, bisogna inquadrarla nell'epoca in cui visse. Egli fu l'uomo veramente di tutti e prodigò il suo patrimonio ai poveri, ai quali poi lasciò in eredità il suo asse, legandolo all'Ospedale Maggiore di Milano. Fu largo caldeggiatore dei Monti di Pietà e del patrocinio gratuito ai poveri; riformò il pio Istituto di S. Corona per malati poveri; fondò il consorzio dei disciplini per il supremo conforto ai condannati a morte. Né è a credere alla poca cultura di S. Carlo. Il B. restaurò lo Studio di Bologna, protesse dotti ed artisti. Del rimanente, egli fu discepolo del dotto cardinale Sirleto e studiò S. Tommaso senza trascurare i filosofi antichi, specialmente Seneca, Epitteto e Cicerone, come ne fa fede la sua ricca biblioteca, di cui l'Ambrosiana possiede il catalogo manoscritto; e fra i suoi segretarî ebbe Giovanni Botero. Giovane in Roma, nel periodo d'intensa preparazione del concilio tridentino egli radunava la sera dopo le fatiche della giornata i più dotti, anche laici, a discussioni scientifiche in latino nel palazzo Vaticano, ed era il primo a tener alta l'erudita serata con quelle animate conversazioni che furono poi pubblicate dal Sassi a Milano nel 1748, sotto il titolo di Noctes Vaticanae seu sermones habiti in Academia Romae in Palatio Vaticano instituta. A quelle conversazioni partecipavano tra gli altri il Sirleto, Francesco Alciati, e il Boncompagni che divenne Gregorio XIII. Si sa anche che egli prediligeva la musica, essendo amicissimo del Palestrina. Ma la sua serietà negli studî è attestata dalle sue Instructiones, dai suoi Sermones, dalle numerose lettere e specie dai discorsi nei concilî e nei sinodi. Le opere di S. Carlo furono stampate complete in 5 volumi in Milano nel 1747, pure da G. A. Sassi, prefetto dell'Ambrosiana, e, in seconda edizione, ad Augusta nel 1758 (voll. 2 in-folio).
Carlo morì in Milano, la sera del sabato 3 novembre 1584, con gli occhi fissi su un Cristo orante che si conserva all'Ambrosiana. Fu canonizzato il 1° novembre 1610, essendo arcivescovo di Milano suo cugino il cardinale Federico Borromeo, il quale fece costruire nel 1624 il famoso colosso di S. Carlo sulla sponda del basso Verbano. La sua festa ricorre il 4 novembre.
Fonti: Le fonti per una valutazione criticamente sicura del B. sono conservate soprattutto nell'archivio della curia arcivescovile di Milano e nella biblioteca Ambrosiana. Nell'archivio della curia è specialmente importante la parte che riguarda l'amministrazione dell'archidiocesi.
Un secondo fondo è conservato all'Ambrosiana, la quale possiede il vastissimo epistolario del santo che comprende entrambi i periodi della vita di S. Carlo. Interessantissimo poi è un altro fondo pure all'Ambrosiana, che contiene documenti d'ogni maniera, anno per anno, riflettenti i supremi negozî religioso-politici trattati dal santo. L'Ambrosiana conserva del Borromeo anche schizzi autografi di omelie e di prediche nonché abbozzi ascetici. Questa molteplice massa di documenti ha ormai all'Ambrosiana repertorî manoscritti generali e parziali, che si possono consultare. Pure all'Ambrosiana sono le Notti Vaticane.
Una terza f0nte è data dagli Atti del processo di canonizzazione (presso la Sacra Congregazione dei Riti in Roma, e anche presso l'Ambrosiana); come pure da documenti della Biblioteca Vaticana e dell'Archivio Vaticano (unziature di Spagna e di Germania, fondo svizzero) e da molti altri dell'archivio e della biblioteca dei barnabiti a S. Carlo a' Catinari in Roma.
Una quarta fonte poi per la vita di S. Carlo è il materiale raccolto dal bollandista van Octroy, e ora giacente nella sede dei bollandisti a Bruxelles, per essere riutilizzato da Baudouin de Gaiffier, successore dell'Octroy (morto nel 1921). Colà si trova pure il materiale manoscritto raccolto da A. Ratti (Pio XI), specie intorno alla vita giovanile di S. Carlo.
Bibl.: Oltre le storie e gli atti del concilio tridentino, v. A. Ratti (Pio XI), Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1890-92, II e III; G. Šusta, Die Römische Kurie und das Konzil von Trient unter Pius IV, Vienna 1909; P. Herre, Papstthum und Papstwahl im Zeitalter Philipps II, Lipsia 1907; Steffens e Reinhardt, Die Nuntiatur von G. F. Bonhomini (1579-1581), I, Soletta 1906 (in corso di stampa altri volumi); L. von Pastor, Carlo Borromeo, Das Muster eines tridentinischen Bischofs, in Katholische Reformatoren, Friburgo in B. 1924; id., Storia dei papi, trad. it., VII, VIII, IX, Roma 1920 segg.
Fra le biografie più comuni citiamo: C. Bascapé, De vita et rebus gestis Caroli B., VII, Brescia 1602; G. P. Giussano, Istoria della vita, virtù, morte e miracoli di Carlo Borromeo, Milano 1610; B. Oltrocchi, De vita et rebus gestis S. Caroli Borromaei lib. VII quos ex J. P. Glussiano B. Rubeus latine reddidit, B. Oltrocchi notis uberrimis illustravit, Milano 1751; A. Caillot, Vie de St. Charles Borromée, Archevêque de Milan, traduite et abrégée du latin du P. Basilicopetri, Parigi 1825; A. Sala, Documenti circa la vita di S. Carlo Borromeo, Milano 1857-61; C. Sylvain, Histoire de St. Charles Borromée, voll. 3, Parigi 1884; L. Celier, St. Charles Borromée, in Les Saints, Parigi 1912, tradotta anche in ital.; C. Orsenigo, Vita di S. Carlo Borromeo, 3ª ed., Milano 1929.
Per questioni particolari: G. Boero, Risposta a Vincenzo Gioberti sopra le lettere di S. Carlo Borromeo, Milano 1850; F. Bertani, S. Carlo, la Bolla Cenae, la giurisdizione ecclesiastica in Lombardia, etc., Milano 1888; C. Camenisch, Carlo B. und die Gegenreformation im Veltlin, Coira 1901: si confronti F. Segmüller, S. Carolus Borromaeus vindicatus, Einsiedeln 1924: Atti di S. Carlo Borromeo riguardanti la Svizzera e i suoi territori, per cura di P. D'Alessandri, Locarno 1909; L. Berra, L'Accademia delle Notti Vaticane fondata da S. Carlo Borromeo, Roma 1915; U. Mannucci, S. Carlo e S. Francesco di Sales nella storia della Controriforma, Roma 1910; G. Cahannes, Die Pilgerreise Carlo Borromeo's nach Disentis im August 1581, in Zeitschrift f. schw. Kirchengeschichte, 1924; L. Gramatica, S. Carlo B. e la Terra Santa, Monza 1919; A. Castellucci, Un episodio della vita di S. Carlo Borromeo, Roma 1927. Per alcune questioni ascetiche: A. Ratti (Pio XI), St. Charles B. et les Exercices de St. Ignace, 2ª edizione, Parigi 1922; Z. Morawski, Św. Karol B. na tùe odrodzenia religijnego w XVI wieku, Varsavia 1922; Le più belle pagine delle Omelie di S. Carlo, in Biblioteca dei santi, X, diretta da G. Galbiati.
Un repertorio ricchissimo è anche la pubblicazione periodica S. Carlo Borromeo nel III centenario della canonizzazione, Milano 1908-10. Una buona miscellanea fu pubblicata nel 1910 da La Scuola cattolica di Milano. Un'utile bibl. è nel Dictionn. de théol. catholique, II, coll. 271-72. Per la genealogia del B., cfr. P. Litta, Famiglie nobili italiane, II, Milano 1819.
Società di S. Carlo Borromeo (ted. Borromäusverein). - Società sorta in Germania per l'educazione del popolo cristiano specialmente attraverso la diffusione dei buoni libri. La sua fondazione risale al 1845, per opera di Franz Xaver Dieringer, August Reichensperger e il barone Maximilian von Loe. Presero il nome da S. Carlo, perché questi aveva nel 1579 istituito a Milano, nel proprio seminario, una tipografia destinata appunto alla diffusione di buoni libri. La società si è potuta diffondere rapidamente ed è passata dai paesi renani e dalla Vestfalia ai paesi esteri, penetrando specialmente nel Belgio, nell'Olanda, nel Lussemburgo, nel territorio tedesco della Svizzera, in Austria, in Francia e in Italia. La società, che ha sede in Bonn, distribuisce annualmente buoni libri alle parrocchie e agli enti religiosi, e ha cura altresì che i proprî soci possano ottenere a miglior mercato libri d'indole educativa delle diverse case editrici. La società inoltre appoggia parecchie migliaia di biblioteche popolari, e stampa anche proprî giornali, come i Borromäusblätter e la Bücherwelt. Recentemente (1926) la colonia cattolica tedesca di Milano pubblicava i Carolusblätter a imitazione dei patrî Borromäusblätter.
Giovanni Galbiati – Enciclopedia Italiana (1931)

sabato 3 novembre 2018

Speciale: Il Menù del Sabato!...


Gnocchi con Panna e Funghi
Per 4 persone

1 kg di gnocchi di patate, 300 gr. di porcini, freschi, ¼ di lt di panna, gr 100 di emmental, gr 100 di parmigiano grattugiato, gr. 50 di burro, sale.

Mondate i funghi, rosolateli nel burro e salateli.
Cuocete gli gnocchi in abbondante acqua salata e scolateli man mano che vengono a galla.
Disponeteli a strati in una pirofila imburrata, alternando emmental a dadini al parmigiano grattugiato e alla panna.
Cuocete per 15 minuti in forno a 200°. Una veloce delizia!

Bocconcini delicati di Tacchino agli Agrumi con Cavoletti di Bruxelles brasati
Per 4 persone

600 gr di fesa di tacchino, 2 scalogni, 30 gr di burro, 1 pompelmo rosa, 2 arance, 1 limone, 1 bustina di zafferano, 5 cucchiai di latte, un ciuffo di prezzemolo, sale, pepe.

Tagliate a dadini 600 gr di fesa di tacchino, affettate a velo 2 scalogni e fateli appassire in una padella antiaderente con 30 gr di burro.
Unite i dadini di tacchino infarinati e fateli dorare a fuoco vivo, salate, pepate, poi bagnate con il succo di 2 arance, 1 limone e 1 pompelmo rosa e fateli cuocere a fuoco lento per 20 minuti coperti, mescolando spesso. Unite 6 cucchiai di latte in cui avrete sciolto una bustina di zafferano e continuate la cottura a fuoco vivo, in modo da far addensare il sugo. Profumate con un ciuffo di prezzemolo tritato e a piacere, una macinata di pepe. Servite accompagnando con i cavoletti di Bruxelles (segue ricetta)

Cavoletti di Bruxelles brasati
Per 4 persone

350 gr di cavoletti di Bruxelles, 4 scalogni, 12 castagne, salvia, alloro, un bicchierino di brandy, burro, sale e pepe.

Fate un taglio alle castagne sulla loro parte piatta, poi bollitele per 40 minuti in acqua bollente con l’aggiunta di un pizzico di sale e una foglia di alloro. Scolatele, sbucciatele e togliete la pellicina.
Pulite, lavate e fate scottare in acqua bollente salata per 10 minuti i cavoletti di Bruxelles. Sbucciate gli scalogni, tagliateli a fette spesse e fateli rosolare in un tegame con 50 gr di burro e qualche foglia di salvia spezzettata, aggiungete il brandy e fatelo evaporare a fuoco vivace. Unite i cavoletti ben scolati, bagnate con un mestolo di acqua calda, salate e pepate e continuate a cuocere per 10 minuti. Aggiungete le castagne e continuate la cottura ancora per qualche minuto a fuoco vivace.

Lo Sapevate Che: Che ci fanno i genitori a scuola?...


 Cosa Ne Pensa delle chat di classe dei genitori? Quando mio figlio ha iniziato la prima elementare mi sono trovata, mio malgrado, iscritta al gruppo WhatsApp dei genitori. In quelle chat la rappresentante dei genitori ci invia le informazioni scolastiche e i genitori i loro commenti. I toni sono garbati e nessuna discussione spiacevole si è mai creata, ma nonostante ciò dopo qualche mese ho deciso di abbandonare il gruppo perché i messaggi inviati sono del tutto inutili. Per esempio: si discute se un esercizio sia da fare o meno, su come svolgere alcuni esercizi, vengono inviate foto delle pagine dei libri, si commenta l’eccessivo carico di compiti. Eccetera. Su invito della rappresentante a rientrare in chat, io le ho chiesto che la chat sia usata esclusivamente da lei per comunicazioni, ma lei sostiene che non si può vietare a chi vuole di intervenire.   Francesca Sianesi  francesca.sianesi@polimi.it

Conosco Questa Brutta usanza che fa aderire, soprattutto le madri, a quel tipo di comunicazione tipica dei loro figli, per commentare quanto ai loro figli capita a scuola. Mi domando: ma queste mamme non hanno niente da fare? Non hanno un lavoro che le impegni? Si interessano di politica? Stanno loro a cuore i problemi della nostra società? Leggono qualche libro? Frequentano qualche evento culturale? Pensano alla loro vita o si dedicano ossessivamente alla vita dei loro pargoli, con la loro incombente protezione che ne rallenta la crescita? Quando i bambini vanno a scuola devono incominciare un’esperienza in cui apprendono che nella vita non si è sempre protetti, e meno protezione si ha più ci si deve dar da fare per proteggersi e rassicurarsi da sé. È un passaggio fondamentale che inizia a piccoli passi nella scuola primaria e deve diventare definitivo in quella secondaria, quando i genitori devono sparire definitivamente dalla scuola e lasciare che i loro ragazzi imparino a cavarsela da sé. Questo passaggio si chiama “rito d’iniziazione” che le antiche civiltà regolarmente per autonomizzare i giovani, allontanandoli da quelle cure parentali che rallentano quando addirittura non bloccano la crescita. Fu Franco Maria Malfatti, Ministero della Pubblica Istruzione, a introdurre, con i Decreti Delegati del 1973, i genitori nelle scuole. Mai cosa fu più deleteria, perché i genitori, in generale, non sono interessati alla formazione dei loro figli, ma alla loro promozione. In pratica fanno i sindacalisti dei figli, difesi con arroganza e talvolta anche con gesti aggressivi nei confronti degli insegnanti, quando non addirittura con ricorsi al Tar per ottenere per via giudiziaria quel che non hanno ottenuto per effetto dello scarso impegno nello studio dei loro fili. La conseguenza è che gli insegnanti, per non passare i mesi estivi in tribunale, anche su sollecitazione di dirigenti scolastici che amano il quieto vivere tendono a promuovere tutti, con tanti saluti alla meritocrazia e al senso di giustizia che esigerebbe una diversa valutazione per chi ha studiato e per chi non ha studiato. Mi paiono concetti semplici. Di fatto sono del tutto ignorati. Ma torniamo alla scuola elementare quando genitori, attraverso le chat, o addirittura in presenza dei loro bambini, parlano male della maestra (sport molto diffuso), procurando al loro bambino un danno non trascurabile perché, quando va a scuola il bambino orienta la sua affettività che prima era rivolta solo ai genitori, anche verso la maestra. A questo punto se i genitori parlano male della maestra creano una contraddizione nell’orientamento affettivo del bambino, che è molto più difficile da riparare di quando la contraddizione investe l’ordine razionale. A quel punto il bambino non sa più di chi fidarsi. E quando nell’adolescenza si manifestano i danni subiti nell’infanzia, i genitori non si devono meravigliare che i loro figli non abbiano più fiducia in nessuno, perché il danno l’hanno procurato loro. Delle maestre bisogna parlare sempre molto bene, perché nell’ordine degli insegnanti sono le uniche che, oltre a istruire, educano, curando non solo l’intelligenza dei bambini, ma anche la loro parte emotiva, la loro aperura sociale, persino i loro bisogni fisiologici, cosa che non avviene più nelle scuole superiori, dove al massimo si istruisce ma non si educa. Infatti non si può educare quando le classi sono composte da trenta studenti e quando i professori, pur avendo a che fare con ragazzi in età evolutiva, non hanno mai letto un libro, né tantomeno sostenuto un esame di psicologa dell’età evolutiva. In un congresso internazionale sull’istruzione nel mondo, la scuola primaria italiana è al sesto posto in un elenco di 421 scuole prese in esame. Teniamone conto prima di parlarne male.
umbertogalimberti@repubblica.it – Donna di La Repubblica – 27 ottobre 2018 -

venerdì 2 novembre 2018

Lo Sapevate Che: Lo Zainetto pesante dell'uomo nero...


Flatbush, Brooklyn, Uno dei quartieri insalatiera di New York, dove gente di tutto il mondo e di tutti i colori si mescola, s’incrocia, si scontra. Nel piccolo supermercato Safari non ci sono bestie feroci, ma la tensione fra i clienti è spesso alta quanto strette sono le corsie fra gli scaffali e le casse. Teresa Klein, una signora sulla cinquantina, è in coda per pagare. Improvvisamente ma inconfondibilmente sente qualcosa premerle sul sedere e strusciare. Si volta di scatto e vede un ragazzo di colore, un black, allontanarsi. È stato lui, non c’è dubbio, non ci possono essere dubbi, il colpevole della palpata. Teresa panica, non sa come reagire, non vuole affrontarlo e accusarlo, in quel Safari pieno di gente di colore. Esce dal supermarket, sfodera il telefonino, chiama il 911, la polizia e denuncia la aggressione. “Mi hanno attaccata”, la si vede e sente dire nel video che l’immancabile, smartphone di passaggio ha ripreso e rilanciato in internet, “è stato un ragazzo afroamericano, è ancora dentro il negozio, fate qualcosa”. Il clip raccoglierà in poche ore nove milioni di visualizzazioni, prima che il caso della signora palpeggiata al supermercato venisse risolto. Grazie alle telecamere di sorveglianza, l’incidente era stato filmato. Un ragazzo afro incrocia effettivamente la signora Klein. Sarà identificato dallo stesso gestore del negozio. E’ un bambino di nove anni con un pesante e gonfio zaino sulle spalle che quasi sfiora terra. Nello stretto passaggio tra le file, il ragazzo cerca di uscirne, il sacco prima poggia e poi striscia sul deretano della signora, casualmente. Un uragano di insulti e di sarcasmo si abbatte su Teresa Klein, che ha accusato di aggressione sessuale un bambino di nove anni, calmato un poco soltanto quando lei si scuserà pubblicamente, ammettendo di essere caduta nel panico. Ma il caso della donna molestata da uno zainetto, che ha raggiunto i quotidiani e le televisioni, racconta molto di più della reazione frettolosa di una persona qualsiasi. Racconta quella verità che ogni giorno, nella vita di tutti, qui conosciamo: la paura profonda, inestirpabile, irrazionale dell’Uomo Nero, che tocca anche coloro che non la ammetterebbero mai, però sono pronti ad attraversare la strada e passare sul marciapiede opposto se d notte incrociano un giovane afroamericano. Nel colore di quella pelle c’è una presunzione di colpevolezza che nessuna sentenza della Corte Costituzionale, nessun successo personale, neppure la ricchezza riescono a cancellare. Lo ammettono, nei fatti, i tribunali che infliggono a imputati afro americani pene detentive per il 20 per cento più lunghe rispetto ai banchi per gli stessi reati, calcola la commissione nazionale per lo studio delle sentenze, formata da avvocati, pubblici ministeri, giudici in pensione. Due terzi dei due milioni di detenuti nelle carceri federali sono neri, che sono appena il 12 per cento della popolazione, un dato che porterebbe a concludere che il 70 per ceto dei reati più gravi è commesso da appena il 12 per cento degli americani. Una sproporzione creata dalla facilità con quale accusa e giudici perseguono e condannano uomini di colore, spesso difesi da distratti avvocati d’ufficio. Persino Barack Obama, uomo dalla vita noiosamente irreprensibile, soprannominato “No drama Obama”, era stato accusato di un reato: avere falsificato il proprio certificato di nascita per farsi credere americano. La signora Teresa Klein ha perduto la testa nel pensare che un bambino di nove anni fosse interessato al suo didietro e si è scusata. Ma ogni bambino con la pelle scura deve sapere che nello zainetto porta la colpa indelebile di essere neo.
Vittorio Zucconi – Opinioni – Donna di La Repubblica - 27 ottobre 2018 -

Speciale: Ricette tipiche e inquietanti della "Festa dei Morti"...


Inquietante a dirsi ma è così: il 2 novembre, in occasione della commemorazione dei defunti, in tutta Italia si fanno grandi scorte di zuccheri. Tra le ricette tipiche di questo giorno, in pole position in tutte le regioni italiane, troviamo biscotti: ricoperti di cioccolato, cosparsi di zucchero a velo, morbidi, croccanti…tutti accomunati da un’inquietante caratteristica: il nome lugubre. Partendo dunque dall'osso del morto (o ossa dei morti, perché esiste anche questa graziosa variante), passando dalle fave o favette dei morti, si arriva in Sicilia persino al dito d’apostolo.
Qui di seguitole alcune ricette tipiche di questa ricorrenza:


FAVE DEI MORTI
Per 6 persone

150 gr di zucchero, 300 gr di mandorle, gr 170 di farina, gr 30 di burro, 1 cucchiaio di grappa, un pizzico di cannella, gr 50 di pinoli, la scorza grattugiata di ½ limone, 2 uova.

Scottate le mandorle in acqua bollente, pelatele e tritatele grossolanamente. Unite alle mandorle lo zucchero, 150 gr di farina, la scorza di ½ limone, i pinoli, i tuorli, la grappa, la cannella e mescolate bene.
Dividete l’impasto in rotolini del diametro di circa 1 cm. e tagliateli in tanti pezzetti, praticando al centro di ognuno una fossetta non molto profonda.
Disporre le fave sulla placca del forno precedentemente imburrata e infarinata con la farina rimasta.
Spennellate poi i dolcetti con gli albumi sbattuti. Mettete in forno preriscaldato a 200° per circa 30 minuti.


BISCOTTI DEI MORTI
Per 6 persone

250 gr di mandorle tostate, 250 gr di zucchero, 4 cucchiai di farina, 4 albumi, 1 limone, 30 gr di burro.

Mettete nel mixer 200 gr di mandorle e la stessa quantità di zucchero, riducendo in polvere finissima.
Montare a neve gli albumi, incorporando poco per volta, lo zucchero rimasto e la farina passata al setaccio, aggiungete la farina di mandorle, la scorza del limone e mescolate bene.
Preparate la placca del forno, imburrata e infarinata.
Fate tanti mucchietti sulla placca della pasta ottenuta, appiattendoli con un cucchiaio di legno e sui quali disporrete le mandorle rimaste.
Spolverizzare i biscotti con zucchero a velo e cuocerli in forno preriscaldato a 200° per 30 minuti.


PANE DEI MORTI
Per 6 persone

½ kg di biscotti spezzettati o di amaretti, gr 300 di zucchero, gr 250 di farina, gr 125 di uvetta sultanina, gr 125 di fichi secchi, gr 100 di mandorle, gr 6 di lievito, 4 albumi, 2 cucchiai di vino bianco, 3 cucchiai di zucchero a velo, un pizzico di cannella in polvere.

Scottate le mandorle, pelatele e lasciatele raffreddare, poi tritatele.
Fate ammorbidire l’uvetta in acqua tiepida per 15 minuti, poi sgocciolatela e strizzatela. Ridurre in polvere finissima i biscotti o gli amaretti, disporli su una spianatoia, unirvi la farina, l’uvetta, i fichi spezzettati piccoli, le mandorle tritate, un pizzico di cannella, il lievito.
Mischiate tutti gli ingredienti.
Al centro di questo composto, versate gli albumi, impastate bene e unite anche il vino. Lavorate energicamente per circa 10 minuti.
Ricavatene dei panini leggermente allungati alle estremità e posateli sulla placca del forno preriscaldato a 180° per circa 30 minuti. Lasciateli raffreddare e spolverizzateli con zucchero a velo.



FRUTTA DI MARTORANA

È un dolce tipico siciliano che si prepara per la festività dei defunti. Frutti, ortaggi, pesci vengono riprodotti in maniera artistica e golosa con la pasta di mandorle.

Ingredienti:

1 kg di mandorle pelate (o farina di mandorle), 1 kg di zucchero, 250 gr di acqua, 12 chiodi di garofano, ½ fialetta di aroma di vaniglia (o 6 bustine di vanillina), ½ cucchiaino di aroma di mandorla amara.

Per decorare: coloranti alimentari in polvere, foglioline varie , chiodi di garofano.

In un pentolino versare l’acqua, i chiodi di garofano e portare a ebollizione. Appena bolle versare lo zucchero e mescolare per qualche minuto per farlo sciogliere. Togliere dal fuoco, eliminare i chiodi di garofano, aggiungere l’aroma di vaniglia e quella di mandorla a amara.
Usando un’impastatrice o una planetaria, mettervi la farina di mandorle, l’acqua con lo zucchero sciolto e lavorare per ½ tutti gli ingredienti, affinché si formi un composto.
Formare col composto dei salsicciotti di circa 500 gr, avvolgerli nella pellocola trasparente e lasciare riposare un’ora.
Trascorso questo tempo, utilizzando le forme apposite che generalmente sono di gesso, terracotta o silicone, prendere un pezzettino di pasta di mandorle e inserirlo nello stampo. Premere per imprimere bene la forma, poi con delicatezza estrarre la forma composta. (per facilitare l’operazione si può rivestire ciascuna forma con pellicola trasparente).
Disporle su di un vassoio e lasciarle asciugare un intero giorno prima di colorarle.
Diluire i coloranti alimentari con qualche goccia d’acqua e colorare a piacere le forme preparate. Abbellirle con le foglioline, i chiodi di garofano e con ciò che ritenete più opportuno.
La frutta così preparata, dovrà asciugare per almeno 3 ore prima di essere consumata o confezionata.

giovedì 1 novembre 2018

Speciale:Notizie sulla festa di Ognissanti; Menù della giornata!...


Ognissanti o “Tutti i Santi”, dal latino “Festabant Omnium Sanctorum”, è la festa cattolica con cui si vogliono onorare tutti i Santi e i Martiri del Paradiso, noti e ignoti, affinché ci proteggano e intercedano per noi.
I primi resoconti risalgono a Tertulliano e a Gregorio di Nizza ma è grazie a Sant’Efrem Siro, morto nel 373 d.C. , che abbiamo una testimonianza della festa, celebrata il 13 maggio.Una conferma di questa data potrebbe essere la festa romana della Dedicatio Sanctae Mariae ad Martyres , ovvero l’anniversario della trasformazione del Pantheon in Chiesa dedicata alla Beata Vergine e a tutti i Martiri avvenuta il 13 maggio del 609 da parte di papa Bonifacio IV.
In seguito papa Gregorio III (731-741) scelse il 1 novembre come data dell’anniversario della Consacrazione di una cappella a San Pietro alle reliquie “dei Santi Apostoli e di tutti i Santi, Martiri e Confessori”.Il primo novembre fu decretato festa di precetto da parte del re franco Luigi il Pio nell’835 ed il decreto venne emesso su richiesta di papa Gregorio IV. Passarono diversi secoli e nel 1474 papa Sisto rese obbligatoria la solennità in tutta la Chiesa d’Occidente per celebrare la comunione tra la Chiesa gloriosa e la Chiesa ancora pellegrinante e sofferente. Il 1 giugno 1949 la Costituzione italiana inserì il giorno di Ognissanti tra quelli considerati festivi, agli effetti dell’osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici.
Come l’Italia, anche Austria, Belgio, Spagna, Francia, Grecia e Lussemburgo hanno istituito ufficialmente questa celebrazione. La stretta associazione con la Commemorazione dei defunti, celebrati il 2 novembre, giorno successivo, venne istituita solo nel 998 d.C. Fu l’abate Odilone di Cluny a dare disposizioni per celebrare il rito dei defunti a partire dal Vespro del 1 novembre. Il giorno seguente era commemorato con un’eucarestia “Pro requie omnium”. Usanza diffusasi, poi, in tutta Europa, istituzionalizzata ufficialmente da papa Gregorio IV. MeteoWeb - http://www.meteoweb.eu/2016/11/ognissanti-o-tutti-i-santi-
Menù per la giornata di “Ognissanti”                   
Bocconcini di Sfoglia al Pomodoro
Per 6 persone

2 confezioni di pasta sfoglia rettangolare fresca, 150 gr di mozzarella, 5 pomodori secchi, 1 tuorlo, 2 cucchiai colmi di pesto.

Tagliate la mozzarella a piccoli dadini e metteteli a scolare in un colino. Asciugate i pomodori e tagliateli a pezzettini. Distribuite sulla superficie di una pasta sfoglia 12 mucchietti piccoli di pesto, ben distanziati tra loro e mantenendo anche 2 cm di pasta vuota attorno al perimetro. Disponete la mozzarella e i pomodori secchi sul pesto e coprite la prima sfoglia con la seconda. Premete le due sfoglie tra loro in corrispondenza del ripieno per far fuoriuscire l’aria presente e il tagliapasta ricavatene tanti agnolottoni di uguale dimensione. Premete con le dita umide di acqua tutto attorno al bordo della pasta per farla ben aderire.
Trasferirli su una teglia da forno ricoperta di carta oleata. Sbattete il tuorlo con 2 cucchiai d’acqua e spennellate la superficie degli agnolottoni. Metteteli in forno preriscaldato a 200° per 10 minuti e lasciateli intiepidire.
Con i ritagli di pasta, potrete ricavare dei salatini, farcendoli a vostro piacere.

Crostatine di Speck, Mela e Cren
Per 4 persone

20 fettine di Baguette, Radice di Cren, una mela verde, un dl di yogurt, un dl di panna, il succo di ½ limone, sale e pepe.

Per guarnire: gr 200 di Speck
Pulire e grattugiare la radice di cren.
Sbucciare la mela, aprirla, togliere il torsolo e tritarla.
Riunire mela e cren in un recipiente, mescolare e bagnare con il succo del limone. Aggiungere lo yogurt e la panna sempre mescolando e regolare di sale e pep.
Spalmare infine la crema sulle fettine di baguette e guarnire ciascun crostino con una falda di speck arrotolata e servire.

Pennette alla Mantovana con Zucca  
Per 4 persone

350 gr di pennette, 400 gr di zucca, 1 cipolla, 2 amaretti, 3 cucchiai di panna, 60 gr parmigiano grattugiato, burro, sale e pepe.

Pulire la zucca dai filamenti, semi e scorza. Lavarla e tagliare la polpa a fettine. Sbucciare la cipolla, affettarla sottilmente.
Sbriciolare finemente gli amaretti. In un tegame con 30 gr di burro, far appassire la cipolla, aggiungere le fettine di zucca e farle rosolare, insaporire con sale e pepe e far cuocere per 15 minuti a tegame coperto e fuoco dolce, aggiungendo se occorre, qualche cucchiaio di acqua calda. Unire quindi la panna e gli amaretti sbriciolati. Mescolare bene.
Nel frattempo in una casseruola con abbondante acqua salata in ebollizione, far cuocere la pasta al dente. Scolarla, versarla in una zuppiera, condirla con 30 gr. di burro, il parmigiano grattato. Unire tutta la salsa preparata con la zucca, mescolare bene e servire subito

Soufflé di Zucca e patate
Per 4 persone

500 di patate, 500 gr di zucca sbucciata e ridotta a dadini. 60 gr di burro, 4 uova (tuorli e albumi separati), 2 cucchiai di prezzemolo tritato finemente, 130 gr di parmigiano grattugiato, 250 gr di scamorza tagliata a fettine sottili, 130 gr di pangrattato, sale, pepe nero.
Far bollire le patate in acqua bollente per 25 minuti e scolarle.
Preparare il forno ad una temperatura di 180°.
In una teglia imburrata mettere i cubetti di zucca, coprire la teglia con carta di alluminio e farla cuocere in forno per 20 minuti sin che diventi morbida. Pelare le patate e con un mixer o uno schiacciapatate ridurre in purea la zucca e le patate. Trasferire la preparazione in una terrina, incorporarvi 30 gr di burro, il prezzemolo, i tuorli e metà del parmigiano. Regolare di sale e pepe.
Montare gli albumi a neve e unirli alla preparazione. Imburrare una teglia di 23 cm di diametro e riempirla con metà del composto. Coprire la superficie con la scamorza e completare ricoprendo con l’impasto rimasto. Cospargere con il pangrattato e il parmigiano rimasto mischiati. Aggiungere il burro a dadini rimasto. Fare cuocere in forno preriscaldato a 180° per 45 minuti, sino a che risulti gonfio e dorato. Servirlo caldo.

Monte bianco di Castagne
Per 8 persone

1 kg di castagne, panna montata, granella di cioccolato, una noce di burro, 1 bicchiere di latte, sale, 1 marron glassato per guarnire, 1 cucchiaino di semi di finocchio.

Sbucciate le castagne e lessatele in acqua calda con i semi di finocchio. Scolatele e ancora calde pelatele e passatele al setaccio.
Versate la purea in un tegame con il burro e il latte e mescolate a fuoco dolce, fino a quando la massa si staccherà dalle pareti. Mettete la purea in uno schiacciapatate lasciate cadere il passato a piramide su un piatto da portata. (si può fare anche con una siringa da pasticciere).
Coprite con panna montata dolce e guarnite con granella di cioccolato e sulla cupola il marron glassato. 

Buona festa di Ognissanti a tutti! ♥

Lo Sapevate Che: La Libertà di dirsi fragili senza danni collaterali...


Periodicamente mio marito mi lascia. Lo fa ogni volta in un modo diverso ma sempre con il glaciale distacco dell’inevitabilità. “Non ti amo più”, dice serafico. E mi guarda distratto, mentre già pensa ad altro. Ed è dal suo sguardo, ancor più dalle sue parole, che capisco che finirà sul serio. Lo fa sempre di notte, quando nessuno ci può vedere o sentire. Mi coglie sempre alla sprovvista nell’ora più piccola e fragile. Io non mi abituo mai. E resto lì, incredula e atterrita. Lo guardo andare. Non lo trattengo perché so che è inutile. Mi rimpicciolisco piano piano, divento pallina, grumo, lacrima. In alcuni casi mi consolo subito e mi metto alla ricerca di un uomo che possa degnamente sostituire l’apparentemente insostituibile economista marxista barese. In altri cado n un pozzo di disperazione da cui tempo che non mi riprenderò più. In sogno, mio marito mi ha lasciata almeno cento volte. Quando mi sveglio mi ritrovo annichilita e furiosa. “Perché mi fai soffrire così?”, inveisco contro di lui che si ritiene innocente. È la paura che tira questi scherzi, credo. E l’insicurezza. Lui lo sa e non ne ha mai approfittato. Io lo so e le tengo a bada, almeno di giorno. In effetti io ho paura di moltissime cose: di ammalarmi, di restare sola, di intristirmi, di perdere la leggerezza e di prendere peso, in molti sensi. Ho paura che i miei figli vadano a vivere in Australia, o su Marte. Ho paura che soffrano. Ho paura di soffrire. Ho paura dei vortici nella vasca da bagno. Ho paura del silenzio e della noia, delle giornate fredde di pioggia. Ho para di non essere amata. Ho paura di non essere abbastanza. Ma non ho paura di dirlo, forse anche grazie, per una volta, a uno stereotipo di genere. Perché da noi – bambine, ragazze, signore, donne. nessuno aspetta l’invulnerabilità. Possiamo dirci fragili senza subire danni collaterali di immagine o di sostanza. Possiamo essere limpide con noi stessi e con gli altri, mostrando i nostri pieni ma anche i nostri vuoti. E questo altro non è che la libertà di essere no stesse, un privilegio, un’arma, una bella responsabilità. Sono cresciuta con un’amica che è stata una sorella. Abitava al terzo piano e, per anni, abbiamo passato i nostri pomeriggi a raccontarci i nostri brutti sogni, le nostre fragilità, le nostre numerose crepe. A nostra forza di oggi viene anche da quell’esserci mostrate impudiche le macchie di allora. A indossare corazze si impara da piccoli e si insegna soprattutto ai giovani uomini, condannati da modelli retrogradi ma radicati, a esibire la maschera ottusa e sorridente del cavaliere coriaceo e invincibile. Detesto il cinismo, la spavalderia, la sbruffonaggine. Del prossimo mi incantano le incongruenze, le sbavature, le cicatrici e le ferite. Siamo le nostre sconfitte ben più che le nostre vittorie. Siamo le nostre rughe di espressione, d’inquietudine che ci appanna lo sguardo, gli occhi lucidi, i brutti sogni. Il fiato corto. Siamo le nostre luci ma soprattutto le nostre ombre. Nasconderle è un’ipocrisia che non ci rende giustizia, è un torto che ci infliggiamo. M sono toccati in sorte tre figli maschi, un genere forse socialmente privilegiato ma emotivamente negletto e vessato da un perverso concetto del dover essere. Li vorrei comodi nei loro panni, lustri o sgualciti, non diversi dai nostri. Li vorrei liberi di dichiararsi pavidi. Vorrei per loro il coraggio di alzare bandiera bianca, di dire “no, grazie, ho paura”, di versare qualche lacrima se necessario. Li vorrei orgogliosi di essere se sessi.
Claudia de Lillo – Opinioni – Donna di La Repubblica – 27 ottobre 2018 -