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domenica 4 marzo 2018

Lo Sapevate Che: Lezioni da Molenbeek. Anche di voto...


“In democrazia ci sono le elezioni libere, in dittatura invece no”, ripete in automatico Patrizia, educatrice di Bolzano radicata a Bruxelles, mentre mi illustra, maneggiando la lente della democrazia e quella della dittatura (due vere enormi lenti utili a ingrandire dei testi scritti sul muro) uno dei tanti “atelier” nei quali ci muoviamo. Lei ha l’entusiasmo dell’insegnante che crede nell’importanza cruciale del lavoro che fa. Io ho il piacevole stupore dello studente che vede spiegati in maniera chiara concetti elementari che sembrano appartenere a materie che la maggioranza non vuole studiare. Siamo al Foyer, centro di formazione, integrazione e recupero giovanissimi e meno giovani di Molenbeek, quartiere di Bruxelles temuto nel mondo per avere ospitato il più noto dei terroristi del Bataclan. In realtà il quartiere si fa vanto delle diversità che lo caratterizzano e gode di una fase di gentrificazione che lo rende ambito dalla borghesia locale e dagli expa qui venuti a “fare l’Europa”. I bambini vengono guidati attraverso percorsi formativi fatti di educazione civica, specchi deformanti e altri strumenti di serissimo gioco utili a evitare gli errori dei grandi. Mentre Patrizia illustra penso a quanto sarebbe utile per troppi adulti nostrani tornare bambini da queste parti, ricominciare da capo lavorando sui propri pregiudizi, esattamente come, contrariamente a quanto il pregiudizio porterebbe a pensare, si fa proprio qui, a Molenbeek. Al Caffè Milano, nel cuore del quartiere, tra statue di Padre Pio, carretti siciiani, foto di Totò, Sordi, la Loren, sulla tv passa il Tg 1 e un’intervista a Maurizio Costanzo che nessuno sta guardando. Gli italiani tornati dai cantieri, quasi tutti con accento del Sud, bevono birra e gocano a carte seduti ai tavolini. Intorno a me, altri italiani, con accento del Nord. Sono gli ultimi casi di migrazione economica dall’Italia fin qui. E sono tutti di origine marocchina. Italiani marocchini migrati in Belgio con figli nati e cresciuti in Italia. Il pregiudizio porterebbe difficilmente a prendere sul serio la loro voglia di votare per il Parlamento italiano, ma con accento bergamasco, Abdrahim e la figlia Raja mi raccontano con fierezza che loro, a differenza mia che devo attendere il 4 marzo hanno già votato. “Un cittadino senza diritto di voto è un cittadino a metà”, sancisce perentorio Abdrahim. “Sono 25 anni che non voto. A me l’Italia non ha dato niente”. Mi dice invece un altro italiano bevendo birra al bancone. Quasi tutti gli “italiani”, mi dice Peppe, venuto qua da Caltanissetta per vacanza e rimastoci per la vita a gestire il bar, hanno già stracciato il certificato elettorale.
Diego Bianchi – Il Sogno di Zoro – Il Venerdì di La Repubblica – 2 marzo 2018 -

Lo Sapevate Che: Se il tempo di chi abbiamo amato non è più il nostro...


Di Recente Sono stata qualche giorno a Bari dai miei suoceri. La domenica pomeriggio in quel limbo di tregua e oblio tra la fine del pranzo e la ripresa della vita, qualcuno sonnecchiava sul divano, altri fissavano sguardi vitrei su una delle pellicole degli anni’40 che mio suocero ama e tenta, con alterni successi, di condividere con i nipoti. In preda all’inquietudine nevrotica tipicamente milanese, ho abbandonato il torpore familiare e sono andata in cucina a preparare un caffè. E lì, su una mensola in alto c’era lui, bianco e rosso, in tutto il suo fulgore vintage: il dosa caffè. L’avevo visto l’ultima volta negli anni ’80 a casa di mia nonna. Lei lo teneva nella credenza bianca, insieme alle tazzine infrangibili e alla saccarina. Ricordo, in quella donna solitamente indifferente a tutto ciò che riguardava gli oggetti domestici, un entusiasmo commosso al cospetto di quell’oggetto “così intelligente e comodo” che permetteva a lei, parsimoniosa e maldestra nelle faccende della quotidianità, di non sprecare nemmeno un granello di caffè. Ho allungato un braccio e mi sono rigirata quel cilindro tra le mani. L’ho annusato, ritrovando l’odore di una credenza che non c’è più. Ho verificato quello stesso pomeriggio che i dosa-caffè sono ancora in commercio, ma oggi li fanno in acciaio e automatici, diversi da quello bianco e rosso della mia memoria e dei miei suoceri. Non sono mai stata una nostalgica, non ho molti rimpianto, e quei pochi li rimuovo o li reprimo. Credo elle leopardiane “magnifiche sorti e progressive” dell’umana gente”, e sono convinta che il futuro sia foriero di meraviglie più che di brutture. Tuttavia siamo fatti di presente ma soprattutto di passato, e della memoria di chi lo ha abitato. La perdita di chi amiamo rende prezioso il tempo, i luoghi e anche le cose condivise. E ciò che è stato s’ illumina di una luce nuova, essenziale e fragile che spetta a noi mantenere viva. Mia nonna usava il telefono con la rotella, una rubrica di nomi e numeri vergati in bella calligrafia con la stilografica, la boccetta di inchiostro, la carta carbone, la naftalina che saturava l’aria dentro gli armadi, la pelliccia di astrakan e il cappello a turbante, la lacca. Diceva “marron” invece di marrone e “inquietata” al posto di arrabbiata (“sono i cani ad avere la rabbia, non le persone”, ripeteva correggendomi). Mi chiamava “stellina” e a casa indossava la “liseuse”. Le sue tracce sono impresse in una fotografia che sta sbiadendo, in un mondo a cui vorrei aggrapparmi, in barba alle magnifiche sorti. Mio padre se n’è andato quasi sei anni fa, uno spazio breve in cui all’apparenza poco cambia. Mi illudo che il mio tempo sia ancora il suo. Eppure talvolta, di fronte a un vecchio programma tv., a un film, al modello furi produzione di un’auto, mi coglie la terrificante consapevolezza dell’ineluttabilità della sua assenza. E annaspo nel tentativo di recuperare pezzetti del nostro convivere, frammenti delle nostre conversazioni, il rotolo del nostro immaginario Super 8. Il profumo di mio padre è un dopobarba che non fanno più, la sua colonna sonora contiene canzoni che cantano ormai in pochi. Frequento ogni mattina un luogo tappezzato di poster della tv che fu: le signorine buonasera. Corrado, Mike Bongiorno, Sandra Mondaini e Raimondo Vanello, Raffaella Carrà. Mai avrei accostato quei personaggi a mio padre, quando l’avevo accanto. Eppure ora mi struggo guardando il bianco e nero di quei volti, perché abitavano e incorniciavano la mia infanzia ma soprattutto il nostro tempo insieme. Mi fermo. Guardo avanti, mi volto indietro e mi tengo in equilibrio nel mezzo, camminando sospesa sul filo della mostra storia, cercando di non romperlo e di non cadere.
Claudio de Lillo – Donna di La Repubblica – 24 febbraio 2018 -

sabato 3 marzo 2018

Speciale: Il Menù del Sabato!...


Strudel con Verdure e Riso
Per 12 persone

Per la pasta dello strudel: 300 gr di farina, 3 cucchiai d’olio, 2 uova, sale.

Per il ripieno: 350 gr di cipolle, 300 gr di zucchine, 200 di riso da risotti, 2 carote, 1 cima di broccolo, 150 gr di fontina, 1 bustina di zafferano, alloro, chiodi di garofano, burro, brodo vegetale, olio, sale.

Impastare la farina con l’olio, le uova, un pizzico di sale e 100 gr di acqua. Lavorare a lungo. Far riposare la pasta, coperta con un canovaccio, al caldo.
Affettare le cipolle, farle soffriggere in una padella con 2 cucchiai d’olio, unire le zucchine a rondelle, le carote a fettine sottili. Salare e lasciare raffreddare.
Soffriggere il riso con 2 cucchiai d’olio, una foglia d’alloro, 3 chiodi di garofano. Salare, unire 400 gr di brodo vegetale, lo zafferano sciolto in poco brodo, e far cuocere senza mescolare per 12 minuti. Fare raffreddare.
Stendere la pasta in una sfoglia sottile, allargarla su un canovaccio, cospargerla con il riso freddo, le verdure, la fontina a dadini o a fettine sottilissime e avvolgere tutto nella pasta. Arrotolare lo strudel, sistemarlo su una placca coperta da carta da forno, spennellandolo di burro fuso. Farlo cuocere in forno preriscaldato a 200° per 45 minuti.

Costata di Manzo con salsa Verde 
Per 4 persone

800 gr di costata di manzo, sale, pepe.
Per la salsa verde: un ciuffo di prezzemolo, un ciuffo di erba cipollina, un mazzetto di cerfoglio, un mazzetto di dragoncello, 2 uova, 5 cucchiai d’olio, 2 cucchiai di aceto, sale e pepe.

Fare cuocere a vapore la costata di manzo, salata e pepata, per 30 minuti.
Nel mentre preparare la salsa verde:
in un tegame con acqua fredda far rassodare le uova per 10 minuti. Scolarle, raffreddarle e sgusciarle. Eliminare gli albumi. Lavare tutti i gusti, asciugarli e tritarli finemente. Mettere il trito in una ciotola e amalgamarvi i rossi d’uovo, passati al setaccio. Versare in una ciotola l’aceto, unire un pizzico di sale e pepe e mescolare sino a quando sarà tutto ben sciolto. Unire l’olio, battere leggermente con una forchetta. Unire la salsa preparata al composto di erbe e mescolare.
Servire la costata con la salsa.

Plum-Cake Glassato al Cioccolato
Per 12 persone

280 gr di farina, lievito per dolci, 300 gr di burro morbido, 200 gr di zucchero di canna, 4 uova, 200 gr di cioccolato fondente, 1 confezione di yogurt intero naturale.

Per la glassa: 100 gr di cioccolato fondente, 60 gr di cioccolato bianco, 50 gr di panna. Burro per lo stampo.

Fare sciogliere 200 gr di cioccolato a bagnomaria e farlo intiepidire. In una terrina, montare il burro ammorbidito con lo zucchero e incorporarvi le uova, uno alla volta. Unire il cioccolato fuso e lo yogurt, la farina con mescolata ½ bustina di lievito per dolci. Mescolare con delicatezza l’impasto dal basso verso l’alto per non smontarlo. Imburrare abbondantemente uno stampo da plum cake e versarvi l’impasto. Fare cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 30 minuti. Per la glassa: fondere i due cioccolati grattugiati a bagnomaria e scaldare la panna a circa 60°. Amalgamare con cura i due composti e fare intiepidire. Poi versare sul plum-cake freddo sino a ricoprirlo e livellandone la superficie con l’aiuto di una spatola. Delizioso

Lo Sapevate Che: Ma davvero la tecnologia abilita a un miglior insegnamento?...


Sono Un Docente della scuola secondaria di primo grado, ma sono anche un genitore di uno di quegli alunni definiti “difficili”! E oggi sto scrivendo come genitore amareggiato, deluso e impotente di fronte alle mancanze della scuola pubblica italiana. Svolgo la professione per sincera vocazione, ma sono diventato (per lo Stato italiano) un docente, studiando Garibaldi e Manzoni, senza alcuna preparazione di carattere psicologico e socio- comunicativo. Ho in sostanza accumulato informazioni, sapere nozioni per anni, ma nessuno mi ha “formato” su come ad esempio relazionarmi ed entrare in empatia con i ragazzi delle mie classi. E allora, quando ci troviamo davanti un caso “difficile, a quale santo votarci? Le maestre di mio figlio si limitano a sollecitarmi perché richieda un insegnante di sostegno, e magari alla fine mi capiterebbe il solito sfigato laureato in scienze motorie che, per bruciare le tappe dell’assegnazione della cattedra di ruolo, si improvvisa e accetto la cattedra di ruolo, si improvvisa e accetta la cattedra di sostegno, così mio figlio si ritroverebbe a imparare italiano o matematica con un laureato in scienze motorie. I genitori dei compagni di mio figlio vorrebbero scrivere una lettera alla Dirigente scolastica per chiederle di sbatterlo furi dalla scuola. A questo punto sono costretto a trasferirlo in un altro istituto, perché dove ora si trova non sono in grado di gestirlo e non è più gradito! Il neuropsichiatra che l’ha in cura ha dichiarato che non ha alcuna patologia, ma un disturbo oppositivo- comportamentale e, quindi, più di quanto stiamo facendo non si può fare. Il resto ce lo dovrebbe mettere la scuola. Noi docenti siamo convinti che il sapere ci abiliti a insegnare. Ma di fronte a noi non abbiamo libri, manoscritti, fonti archeologiche, bensì esseri umani con una loro vita personale, quindi con i loro problemi e con il loro carattere. Di tutto questo noi docenti, quando entriamo in aula, ne teniamo conto?  Roberto Mottola  roberto.mottola@icloud.com

Ormai, A Prescindere dal suo caso doloroso, ho perso ogni fiducia nella capacità educativa della scuola dal giorno in cui questa ha rinunciato a pensarsi, secondo la tradizione italiana, come luogo di “formazione”, per abbracciare l’impostazione anglo-americana che la pensa in termini di “prestazione”. Ne è prova il fatto che non si fanno più i temi, dove potrebbe emergere la soggettività dell’alunno, sostituiti dalla comprensione di un testo, dove a ogni parola incompresa si scala un voto. In questo modo i professori non sanno niente degli alunni che hanno davanti a loro, e gli studenti, a loro volta, non sanno nulla di se stessi. L’”istruzione”, come somma d’informazioni, ha soppiantato radicalmente l’”educazione” che prevede anche una cura dei sentimenti e della condizione emotiva degli alunni. E poi ci si meraviglia se questi ragazzi fanno i bulli, i violenti, oppure gli svogliati, i demotivati, o semplicemente i cretini, con una povertà di linguaggio impressionante che è quella concessa dal loro smartphone. Mentre Macron proibisce giustamente l’uso dei cellulari a scuola, la nostra Ministra dell’Istruzione li sdogana per introdurre l’“educazione digitale”, quando nella nostra scuola non si è ancora provveduta all’educazione in generale. Dico questo perché, come lei segnala, anche i professori più preparati nelle loro materie (non sono molti), durante la loro formazione non hanno mai avuto l’occasione di compiere un percorso psicologico per apprendere qualche nozione di “psicologia dell’età evolutiva”, né hanno mai fatto percorsi che hanno loro insegnato come si fa a comunicare, in quella stagione incerta, l’adolescenza, dove la mente degli studenti si apre solo se prima si è stati in grado di aprire il loro cuore all’emozione, al sentimento alla fascinazione. Due ultime note deludenti: 1. La Ministra dice che siccome l futuro sarà sempre più informatico bisogna cambiare i “modelli educativi”. A parte che la parola “educazione” è troppo carica di senso per poterla disinvoltamente cambiare a secondo dei mezzi tecnologici che si affermano. Con questo ragionamento quando sono state introdotte le automobili che avrebbero rappresentato il futuro della mobilità, la scuola avrebbe dovuto preparare alla patente tutti gli studenti? 2. I nuovi “modelli educativi”, sempre secondo la Ministra, consentirebbero alla scuola di insegnare agli studenti a “usare gli strumenti digitali in modo critico”. A me pare che per usare qualsiasi cosa in modo critico bisogna aver prima acquisito il “senso critico”, che una volta la scuola s’incaricava di insegnare, mentre oggi, per le ragioni sopra esposte, non insegna più. Questo è il vero danno Ministra, un danno che il “cambiamento dei modelli educativi” non ripara.
umbertogalimbert@repubblica.it – Donna di La Repubblica -  24 febbraio 2018

venerdì 2 marzo 2018

Lo Sapevate Che: Il Medico-star e quelle mani sulle bambine...

175 Anni, Quasi due secoli, è il tempo che i dottor Larry Nasser dovrà trascorrere in carcere. Avendo lui 53 anni sembra altamente improbabile che esca a rivedere le stelle, per quanto incoraggianti siano i progressi della medicina. Larry Nassar era l’osteopata, l’aggiustaossa, che per anni aveva curato prima le bambine aspiranti ginnaste in un club nel Michigan, e poi via via le atlete olimpiche della nazionale americana di ginnastica, che avrebbero conquistato grappoli di medaglie di ogni metallo. Erano terapie che – dopo i silenzi, le complicità, l’omertà del mondo sportivo – sono state smascherate per quello che erano: atroci abusi sessuali su giovanissime. Il dottore le manipolava con particolari metodi, che in questo spazio rifiuto di illustrare. Basterà un dettaglio: qualunque infortunio o dolore le sue pazienti lamentassero, il medico della squadra invariabilmente lo attribuiva alle pelvi, che trattava a mani nude sul lettino dopo aver coperto le gambe delle atlete con un asciugamano per nascondere le sue manovre. Lo sappiano perché si faceva riprendere mentre esercitava le sue pratiche. Centocinquanta ex ginnaste olimpioniche, molte cariche di medaglie, hanno testimoniato contro di lui. Nel bidone della sua spazzatura la polizia ha trovato 39mila file, foto o video di pedopornografia. Il padre di una delle testimoni si è lanciato contro l’allora ex dottor Nassar ed è stato bloccato dagli agenti prima che gli rompesse la faccia. Perché, e come, un torturatore di bambine abbia potuto continuare ad abusare delle sue vittime per anni e le prime denunce siano state ignorate, si spiega facilmente: le atlete che lui aveva in cura, le squadre che lui seguiva, primeggiavano e vincevano. Evidentemente, e tragicamente, era anche un bravo aggiustaossa. Vittorie e successo giustificano, se non tutto, molto. Occhi chiusi anche sugli abusi sessuali su ragazzi da parte dell’allenatore di una celebrata squadra di football, la Pennsylvania State University. Ignorati gli abusi e gli stupri perpetrati dai commissari tecnici Usa sempre nella ginnastica, uno di loro, dopo la condanna, si è tolta la vita in carcere. “Vincere non è tutto, è la sola cosa che conti”, diceva un mito del football americano, Vince Lombardi. E la cultura della vittoria a tutti i costi si sposa con il culto del coach, dell’allenatore, del mister come inspiegabilmente viene chiamato nel calcio italiano. Il coach è molto più di un tecnico che insegna il gioco, mette a punto le tattiche e sceglie le formazioni. Per i più piccoli è una divinità assoluta, un sovrano che decide non della vita sportiva, ma a volte del futuro dei suoi calciatori. Essere scelti, curati, seguiti, esibiti dall’allenatore già a 10, 11 anni in qualsiasi sport, promette attenzione da parte degli scout che le squadre o i club importanti mandano in giro per reclutare promesse in erba. L’esclusione o l’ostracismo del coach comporta amarissime delusioni. Il suo sostegno significa la possibilità di essere accolti nelle università e, via via, nelle squadre di professionisti. Soprattutto per le famiglie disgregate, le madri single, i diseredati, l’allenatore è non solo il surrogato del padre che non c’è, del prete nell’oratorio di una volta, dell’amico adulto: è l’uomo con la chiave d’oro che può aprire la porta del futuro. Se all’onnipotenza del coach si aggiunge la mistica del dottore, le possibilità di abusi diventano spaventose. C’è un solo deterrente, ed è ascoltare le voci delle vittime, Ricordando che nessuna vittoria vale una vita.
Vittorio Zucconi – Opinioni – Donna di La Repubblica – 24 febbraio 2018 

giovedì 1 marzo 2018

Speciale: Piatti che "riscaldano"!....


La Bagna Caoda Piemontese con Verdure di stagione
Per 4 persone

80 gr di burro, 3 dl di olio, 12 acciughe salate, 5 spicchi di aglio, 1 pomodorino intero, verdure tipo: cardi, gobbi, peperoni, topinambur, sedano, belghe, foglie di verza, rape, finocchi. Fette di pane casareccio per accompagnare.

Schiacciate bene nel mortaio di legno 3 spicchi di aglio, affettate finemente i rimanenti, aggiungete le acciughe lavate, spinate e ben asciugate in un telo. Unite il pomodorino intero inciso con un coltellino.
Quindi mettete il tutto a fuoco lento con l’olio per 15 minuti.
Poi aggiungete il burro, quando questo si sarà sciolto, portate il recipiente in tavola su uno scaldino che mantenga sempre la bagna calda.
Nel frattempo avrete preparato le verdure ben mondate e lavate, che ogni commensale intingerà nella bagna. Accompagnare con le fette di pane calde passate sotto il grill.


Polenta con fonduta Valdostana
Per 4 persone

Per la polenta: 300 gr di farina di mais, 1 dl di latte, ½ lt di acqua, sale

In una pentola mettete il latte e l’acqua. Portate quasi a ebollizione e versatevi la farina di mais a filo. Fate cuocere per 40 minuti, sempre rimestando con un cucchiaio di legno.

Nel mentre preparate la fonduta:

450 gr. di fontina, 4 rossi d’uovo, 1 cucchiaio di farina di grano, 1 bicchiere di latte.

Mettere in una casseruola inox di cm 15 di diametro e 10 di altezza, 450 gr. di vera fontina valdostana, tagliata a dadini, 1 cucchiaio di farina di grano, mescolare bene con un cucchiaio di legno poi aggiungere un normale bicchiere di latte freddo.
Rimestare bene il tutto e lasciare riposare un po’.
IMPORTANTE: per fare una buona fonduta adoperare la fontina a temperatura ambiente!
Mettere a cuocere il preparato su fuoco dolce. Mescolando continuamente con una spatola o cucchiaio di legno. Portare il tutto a cottura facendo attenzione che la fontina non bolla. Quando il composto avrà raggiunto la temperatura di 60° c. e la fontina si sarà sciolta, togliere la pentola dal fuoco e aggiungere 4 rossi d’uovo; frullare con un frustino in modo da amalgamare bene le uova con la fontina. Rimettere la casseruola sul fuoco e continuare a mescolare sino a una temperatura di 60-70° c. in modo che le uova cuociano con la fontina. Non appena la fonduta sarà diventata vellutata, servitela subito con la polenta preparata: Una delizia che riscalda veramente spirito e corpo!


Ratatouille Piemontese
Per 6 persone

200 gr di fagiolini, 3 zucchine, 3 carote, 2 patate, 1 peperone rosso, 4 costole di cuore di sedano, 2 dl di brodo vegetale, alloro, prezzemolo, 2 foglie di salvia, aceto bianco, 1 cucchiaio di capperi sott’aceto, 4 filetti di acciuga sott’olio, 1 spicchio d’aglio, zucchero, 2 dl di brodo vegetale, olio, sale. Per accompagnare riso Pilaf.

Spuntate i fagiolini e le zucchine, grattate le carote e pelate le patate, private il peperone delle nervature interne bianche e dei semini.
Pulite anche le costole di sedano e tagliate tutto a tocchetti.
In una casseruola di coccio, scaldate 4 cucchiai d’olio, unite le verdure, una foglia di alloro, una presa di sale, 2 dl di brodo vegetale e fate cuocere a fuoco lento, coperto, per 30 minuti.
Tritate grossolanamente il prezzemolo con i capperi, i filetti di acciuga, lo spicchio d’aglio e 2 foglie di salvia. Unite 4 cucchiai d’aceto bianco e 1 di zucchero, mescolate e versate sulle verdure, cuocete ancora 3 minuti e servite subito, accompagnando con riso Pilaf.

Lo Sapevate Che: Quando la vita si offre col volto esangue dell'insensatezza...


Contro Quel Nichilismo “attivo” che lei ravvisava ed elogiava nella lettera di quel giovane studente dell’Accademia torinese di Belle Arti, pubblicato al numero 1069 di D, io mi sento invece intrappolata in un nichilismo “passivo”, che mi consuma nel fisico e nella mente, e spegne le mie energie in un’apatia mortale, in cui si annullano le emozioni e i sentimenti, non più riconosciuti da una mente esausta che ha smesso di vegliare sul sonno di un cuore che langue. L’ospite inquietante si è insediato nella mia anima la quale, sedotta mentre tentava di studiarne le movenze, si è intrattenuta troppo a lungo con lui, al punto da arrivare a credere ai suoi discorsi di morte, senza riuscire più a pensare altrimenti. Ha perso così la capacità di immaginare possibili nuovi incontri con altri ospiti portatori di altri discorsi, per accogliere i quali occorre riprendere possesso della propria casa, ripulirla, riordinarla, nella preparazione di quella festa della domenica, anticipata e già celebrata nell’euforia di quel sabato che è, per la vita, la giovinezza. Devo davvero accettare, come unica soluzione possibile per superare questa condizione di atonia, un neurofarmaco, capace di spezzare il sonno ipnotico a cui il mio ospite mi ha soggiogato, o forse indurmi un sonno ancor più profondo, tale da oscura quelle immagini oniriche che hanno sedotto la mia mente, perché forse vi aveva avvertito una più arcana e sconvolgente verità, che ora deve essere obliata per poter continuare a vivere? Svanisce così anche la paura stessa della morte, che la mia alimentazione equilibrata e deleteria rende sempre più prossima, concretamente percepibile nella sporgenza delle ossa, che, come i nodi di senso attorno a cui si articola una trama, tracciano e così rendono leggibile la storia di una vita altrimenti inconsistente, smarrita nell’assurdità delle parole che vorrebbero raccontarla, ma non trovano l’interlocutore capace di intenderle. A questa morte mi abbandono passivamente, incapace di resistere a quel desiderio di niente che promana dal nulla in cui il mio Io si è frantumato, disgregato, dissipato, non a seguito di un evento traumatico, di, di una sconfitta, di una delusione, di un fallimento esistenziale, ma nella quiete mortale dell’impercettibile corrompersi, come di un cadavere, dell’immagine narcisistica che lo sosteneva, e di cui gli eventi della vita hanno smascherato la natura fantasmatica.

Questa È Una di quelle lettere da cui non ci si riesce a staccare. E anche se si scorre sulle altre lettere giunte in settimana, poi si finisce col tornare su questa che ha reso insignificanti tutte le domande contenute nelle altre. Una via d’uscita potrebbe essere il fatto che questa lettera da sola occuperebbe quattro pagine della rivista. E siccome questa possibilità non si dà, meglio sarebbe lasciar perdere. Ma non ce l’ho fatta, perché non ho mai trovato in nessun testo di psicologia (con la sola eccezione dei libri di Eugenio Borgna) una descrizione così lucida del sentimento che accompagna radicale insignificanza dell’esistenza da cui tutti fuggiamo, occupandoci di qualsiasi cosa (lavoro, famiglia, carriera, progetti, obiettivi, persino sogni e amori). E tutto questo senza alcun compiacimento letterario, e senza alcun desiderio di suscitare pietà nel lettore, seguendo passo passo quel consumarsi fino ad esaurirsi del senso (della vita), reso espressivo e letterale dal corpo che più non si nutre, non per sfidare la morte, ma perché, anche nel caso del cibo, per assumerlo non basta la fame, occorre anche la voglia di vivere. Chi scrive è una ragazza di vent’anni, quindi all’alba della vita. La sua scrittura, non si può dedurre da quel frammento che ho riportato, è di una bellezza, una pregnanza, un’incidenza e un’efficacia difficili da reperire in ragazze della sua età, per non parlare degli adulti. Non si tratta di virtù letterarie, ma di aver esperito fino in fondo e fin dove il dolore, l’ignavia, l’accidia, la noia, la demotivazione le hanno consentito di sperimentare che la vita, a guardar bene, non offre ragioni sufficienti per essere vissuta, se non mascherata fa formidabili inganni scambiati per cose serie. Per noi lettori, frequentare qualche riga di questa lettera non è un male. Serve a dare la giusta misura alla nostra esistenza che ci affanna e supervaluta, come se si trattasse di vita o di morte, gli obiettivi che ciascuno di noi si prefigge e insegue. Per costoro vale il monito che traspare dalla lettera di Cecilia che non si interroga, come fanno tutti, sul senso della sofferenza, bensì – e questa è un’enorme differenza, ben evidenziata da Günther Anders – sul senso dello stesso esistere, che non appare privo di senso perché è tormentato dalla sofferenza, ma al contrario appare insopportabile perché è privo di senso.
umbertogalimberti@repubblica.it – Donna di Repubblica – 17 febbraio 2018 -