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lunedì 8 gennaio 2018

Speciale: Primi Piatti con Verdure...

Spaghetti alla Carbonara con Carciofi
Per 4 persone

450 gr di tagliolini, 8 carciofi, 2 spicchi d’aglio, 2 uova, olio, sale e pepe.

Pulite i carciofi, togliendo le spine e le foglie dure. Tagliateli a metà ed eliminate il fieno interno. Affettateli sottilmente e teneteli a bagno in acqua acidulata. In un tegame con 4 cucchiai d’olio, fate imbiondire i due spicchi d’aglio, unitevi i carciofi, ben scolati, e fateli rosolare a fuoco vivo per 3 minuti. Abbassate la fiamma e fate cuocere a fiamma dolce ancora per 25 minuti, aggiungendo se occorre ½ bicchiere d’acqua calda. Al termine, eliminate gli agli, salate e pepate.
In una casseruola con abbondante acqua salata in ebollizione, cuocete la pasta al dente. Scolatela e fatela saltare nel tegame con i carciofi. In una ciotola sbattete le due uova con sale e pepe, aggiungete nel tegame a fuoco spento, mescolando rapidamente affinché si rapprendano e servite.

Lasagne con Noci e Insalata Belga
Per 4 persone

400 gr di pasta sfoglia per lasagne, 8 cespi di insalata belga, 250 gr di gorgonzola dolce, 100 gr di provola dolce fresca, 50 gr di parmigiano grattugiato, 8 noci 1 spicchio d’aglio, 600 gr di besciamella pronta, burro, olio, sale, pepe.

Tagliare la base dei cespi di insalata belga e poi ridurli a spicchi sottili. In una padella rosolare in 2 cucchiai d’olio lo spicchio d’aglio, aggiungere l’insalata, salare e pepare. Farla appassire, togliere dal fuoco ed eliminare l’aglio.
In una casseruola con abbondante acqua salata in ebollizione, fare scottare le lasagne per 2 minuti, poche alla volta. Prelevarle con la schiumarola e deporle distese su un canovaccio pulito. Imburrare una teglia rettangolare e versare nel fondo 3 o 4 cucchiai di besciamella. Ricoprire con uno strato di lasagne e sopra disporvi l’indivia rosolata, qualche cucchiaio di besciamella, tocchettini di gorgonzola e provola, qualche pezzettino di noce tritata. Continuare a ripetere gli strati fino a esaurimento degli ingredienti. Terminare con la besciamella cosparsa di parmigiano e fiocchetti di burro. Fare cuocere in forni caldo a 200° per 20 minuti.

Stracci, Cacio e Patate
Per 4 persone

400 gr di stracci, 4 patate medie, 100 gr di pancetta tesa, 3 cucchiai d’olio, 100 gr. di formaggio misto (taleggio a fettine, asiago, e fontina a dadini), e 40 gr. di parmigiano grattugiato.

Sbucciate e tagliate a pezzi 4 patate medie e lessatele in una casseruola, con abbondante acqua salata per circa 15 minuti.
Nel frattempo in una grande padella fate rosolare leggermente 100 gr di pancetta tesa, tagliata a dadini, con 3 cucchiai d’olio.
Mettete nella casseruola con le patate 400 gr di stracci all’uovo e cuoceteli al dente. Scolate la pasta e le verdure e trasferitele nella padella della pancetta e unite 100 gr di formaggio misto (taleggio a fettine, asiago e fontina a dadini), 40 gr di parmigiano grattugiato. Cuocete per circa 1 minuto e servite.

Minestra con Patate, Zucca e Pasta
Per 4 persone

350 gr di zucca già pulita, 3 patate, 1 cipolla, 1 pomodoro maturo pelato e ridoto a tocchettini, una costa di sedano, 2 foglie di salvia, un rametto di maggiorana, 1 peperoncino dolce, 100 gr di ditalini rigati, parmigiano grattugiato olio evo, sale, pepe. (a piacere un pizzico di peperoncino secco).

Pulire e lavare le verdure. Tagliare le patate e la zucca a tocchetti.
Tritare la costa di sedano e la cipolla e farli rosolare in una casseruola con 3 cucchiai d’olio e i tocchettini di pomodoro, il peperoncino verde tagliato finemente.
Aggiungere le patate e la zucca, mescolare e fare insaporire per qualche minuto. Unire le erbe aromatiche legate con un filo. Coprire con un lt. di acqua calda leggermente salato (o ancor meglio con del brodo vegetale caldo).
Abbassare la fiamma e proseguire la cottura per 20 minuti.
Nel mentre in una pentola con acqua salata in ebollizione far cuocere i ditalini e scolarli al dente. Versarli nella minestra, continuare a mescolare, proseguendo la cottura per pochi minuti.

Servire il piatto caldo, spolverando con parmigiano, pepe e a piacere un po’ di peperoncino rosso.

Lo Sapevate Che: Da lunedì si digiuna, non più per Dio ma per il nostro io...

Da lunedì tutti a dieta, perché ci aspetta la Quaresima. Che una volta iniziava all’indomani degli eccessi di Carnevale. Invece adesso comincia dopo l’epifania. Che tutte le feste porta via. Lasciando purtroppo sui nostri fianchi i segni inequivocabili delle abbuffate che fanno dei dodici giorni tra Natale e il 6 gennaio un’estenuante orgia calorica. È così già da domani sera dopo aver svuotato la calza fino all’ultimo cioccolatino, reciteremo il mea culpa bagnato da abbondanti lacrime di coccodrillo. Seguite a ruota dal rituale decalogo di buoni proponimenti che ogni anno recitiamo dopo le vacanze. Il fatto è che la Quaresima d’antan era una moratoria alimentare, un digiuno di precetto, una mortificazione della carne, che serviva a fortificare l’anima attraverso la rinuncia. Proprio come il Ramadan per i musulmani. Ma una volta, tranne pochissime feste comandate, tirare la cinghia era esperienza quotidiana. Mentre noi, per nostra fortuna, avendo risolto da un bel po' il problema della fame, abbiamo spalmato l’abbondanza festiva su tutto il calendario. Così gli interminabili banchetti natalizi sono solo un surplus lipidico che allarga ulteriormente i confini di un girovita già impegnato in una lotta impari contro le tentazioni quotidiane. In realtà la nostra battaglia contro i piaceri della gola non ha più nulla di religioso, né tantomeno di calendariale. È semplicemente un mix di etica e dietetica, di fioretti laici e ascetismi nutrizionali. La ricerca del modello alimentare virtuoso al servizio di un culto ossessivo del corpo, Che fa cortocircuitare salute e salvezza nel tentativo di mettere d’accordo la bilancia e la coscienza. E invece di farlo per Dio, lo facciamo per l’io.

Marino Niola – Miti D’Oggi – Il Venerdì di La Repubblica -  5 gennaio 2018 -

domenica 7 gennaio 2018

Lo Sapevate Che: Le maestre che decisero di cambiare registro...

Roma. Povera Italia! Aveva vent’anni e sognava una vita piccola e tranquilla; invece le maldicenze non le lasciarono scampo. Oggi si parlerebbe di stalking, ma era il 1886 e la maestra Italia Donati era una delle tante ragazze che, dopo essersi diplomate con sacrifici immensi, finivano a insegnare in paeselli remoti, nelle cascine, sui monti, ritrovandosi sottopagate, a condurre vite monacali; e già questo essere sole e lontane da casa suscitava sempre malevolenza e sospetto. Per mettere ine alle voci che a Porciano, in Toscana, la volevano amante del sindaco e l’accusavano di avere abortito. Italia, disperata, arrivò a implorare il consiglio comunale – all’epoca erano i municipi ad assumere gli insegnati, previo attestato di moralità – di organizzare nientedimeno che una visita ginecologica (le fu risposto di no. Non sopportava più le risatine astiose delle piccole allieve che alle sue spalle la chiamavano troia e bagascia. Alla fine, indossò il grembiule rosso della scuola e si lasciò annegare nell’acqua di un mulino. A Cintolese (Pistoia), dove era nata, le hanno intitolato la scuola elementare, almeno questo. E ora la sua storia apre il libro di Bruna Bertolo, Maestre d’Italia. Sono brevi ritratti che ci riportano ai primi anni dell’Unità d’Italia – quando 17 dei 22 milioni di abitanti firmavano con la croce – e fra cattedre, grembiulini e fucilate attraversavano il fascismo, la Grande Guerra, la cacciata degli ebrei dalle scuole e la Resistenza, su su fino al Dopoguerra. Un’avventura che comincia con l’approvazione della legge Casati e il via all’istruzione obbligatoria e gratuita per tutti, maschi e femmine. In molti piccoli centri, dove le casse erano vuote. Fu un disastro: le maestre, preferite dagli uomini perché tra l’altro le si pagava molto meno, accolte in stanzacce fatiscenti insegnavano a scrivere e far di conto a 80-90 ragazzini cenciosi, denutriti, con le mani piene di calli come gli adulti. Nel 1886, l’anno in cui l’Italia si suicidava, ambientato a Torino usciva Cuore, con la sua maestrina dalla penna rossa e la voce argentina che par che canti. Ma era Torino, appunto, mica la Calabria, dove l’analfabetismo fra le donne arrivava al 90 per cento e morire di parto era un destino facile. C’è da dire che arrancando e faticando questo esercito di diplomate (nel 1901 già 62mila), divenne un vero ceto intellettuale. Una di loro era Sibilla Aleramo, che rimase sbigottita davanti ai tuguri dei “capannari” dell’Agro romano e delle paludi pontine, e perciò si lanciò a capofitto nella missione di aprire scuole, e poi Ida Baccini, Maria Montessori, Matilde Serao, Ada Negri. Ne succedevano delle belle. Nel 1905, il Coitato pro suffragio invitò le donne a iscriversi provocatoriamente, anche in Sicilia, anche in Sardegna. La spuntarono dieci maestre di Senigallia: mentre tutte le altre Corti di Appello decidevano in senso opposto, il magistrato Ludovico Mortara stabilì che lo Statuto Albertino non faceva distinzione tra i sessi a proposito di diritti e doveri politici e diede ragione alle ribelli. Grande fu lo sconcerto fra i giuristi e sui giornali, benché poi siano occorsi solo pochi mesi alla Cassazione per riportare l’ordine e fare cadere le illusioni. Il vento socialista e anche quello del femminismo cristiano spingevano per il cambiamento. Ecco allora figure combattive come quella di Linda Malnati, nata a Milano nel 1855, sospesa dall’insegnamento per aver partecipato alla sollevazione popolare repressa dal generale Bava Beccaris (“Il macellaio”). Con la compagna Carlotta Clerici, volle aprire la sezione femminile alla Camera del lavoro di Milano. Si batté perché le “stelline” dell’orfanotrofio potessero andare a scuola, si schierò contro l0insegnamento religioso e per la refezione gratuita. “Noi donne eravamo in ginocchio, il socialismo ci ha rialzato scrisse prima di morire. Ci sono biografie che si intrecciano in modo bizzarro. La pavese Maria Giudice, divenuta maestra a Voghera, si innamora di un agricoltore anarchico con il quale, in dieci anni, tra un arresto e un comizio, mette al mondo sette figli. Lui muore al fronte, lasciandola in povertà ma non vinta. Mandata in Sicilia dal partito, Maria conosce l’avvocato Giuseppe Sapienza e inizia una nuova convivenza. Avranno una bambina, la futura scrittrice Goliarda Sapienza, che sulla madre un giorno scriveva: “Come tutte le donne, essendo intelligente dovevi esserlo più di un uomo, coraggioso più di un uomo”. Deve avere coltivato pensieri simili Lidia Poët, torinese, prima donna del Regno a lamentarsi in Giurisprudenza (1881): “Ero nata per studiare e non ho mai fatto altro, in un secolo in cui le donne si occuparono esclusivamente di budini di riso”. Fortuna che era ricca di famiglia, perché, malgrado la laurea con lode, non potè esercitare la professione. Ci furono le maestre perseguitate dal fascismo e le “resistenti”, come la futura senatrice Lina Merlin, capace di salire sui tram con il tritolo sotto il cappotto. Ed era maestra Rosa Maltoni. Religiosissima, sposò un uomo ateo e socialista. Ebbero tre figli. Il primogenito lo chiamarono Benito Amilcare Andrea: Benito come il rivoluzionario messicano Juàrez, Amilcare come l’anarchico Cipriani e Andrea come il socialista Costa. Quando Rosa morì, il Duce ne fece un mito della Patria, l’esempio della perfetta madre e insegnante. Forse esagerava un po', ma che dire? in fondo lui era il figlio.
Claudia Arletti – Italia – Il Venerdì di La Repubblica – 8 dicembre 2017 –

Speciale: Oggi tutto con i "Ceci"!...

Farinata di Ceci
Per 4 persone

250 gr di farina di ceci, un pizzico di sale e di pepe, 2 cucchiai d’olio. Pangrattato e olio per la teglia. Olio, sale e pepe.

Mettere la farina in una ciotola, aggiungere un pizzico di sale e di pepe e 2 cucchiai d’olio. Versare dell’acqua a filo, mescolare con un cucchiaio di legno sino a quando la farina sia completamente sciolta e la densità della composizione abbastanza liquida. Lasciare riposare per un paio d’ore. Ungere la teglia del forno con abbondante olio e spolverare la sua superficie con del pangrattato. Preriscaldare il forno a 200°. Girare ancora un po’ la preparazione, e versarla nella teglia. Mettere nel forno preriscaldato per circa 20-25 minuti. Estrarre la teglia, lasciare qualche secondo in attesa. Tagliare a pezzi la farinata che ogni commensale condirà ancora con olio, sale e pepe, secondo il proprio gusto.

Crema Hummus di Ceci, ricetta Greca
Per 8 persone

150 gr di ceci secchi, 90 gr di pasta di sesamo (tapine) o in mancanza sostituire con 90 gr di semi di sesamo tostati in forno e poi pestati, 1 spicchio d’aglio, il succo di 1 limone, 1 presa di peperoncino in polvere, 1 cucchiaino di prezzemolo tritato, olio, sale.

Mettere a bagno i ceci in acqua tiepida leggermente salata per una notte intera.
La mattina seguente sciacquarli sotto l’acqua corrente e metterli in una casseruola con acqua fredda, facendoli cuocere dal momento dell’ebollizione per circa 2 ore e comunque sino a quando risulteranno ben teneri.
Scolarli, tenere da parte l’acqua di cottura. Passarli al mixer aggi ungendo 1 cucchiaino di sale, 1 spicchio di aglio tritato finemente, la pasta di sesamo, il succo di limone, le presa di peperoncino. Unire a filo 80 cl di acqua di cottura dei ceci, sino ad ottenere un composto morbido e spalmabile. Guarnire con il prezzemolo tritato fine. Servire con pane pitta.

Panelle di Farina di Ceci
Per 4 persone

250 gr di farina di ceci, menta fresca, limone, olio, sale

In una casseruola versare 750 cc di acqua. Versarvi sopra lentamente la farina di ceci e amalgamare dolcemente con un cucchiaio di legno in modo da non formare dei grumi. Salare e mettere a cuocere a fuoco lento, continuando a mescolare, sempre nello stesso verso, per circa 20 minuti, finché il composto si stacca dalla casseruola. Unirvi la menta tritata e versare il composto in uno stampo rettangolare o su una superficie di lavoro bagnata, livellando la superficie. Lasciare rassodare e freddare (l’altezza del composto deve essere di circa 1 cm).
Se messo nello stampo, sformarlo e tagliarlo a fette di circa 5 cm per 10 cm. Fare dorare le panelle dai due lati in una padella con abbondante olio in ebollizione.
Adagiarle man mano su carta assorbente da cucina e servirle caldo appoggiate su un piatto da portata, con qualche goccia di limone.

Minestra di Pasta e Ceci
Per 4 persone

300 gr di ceci secchi, 2 spicchi d’aglio, 1 cipolla, un pomodoro maturo pelato e tagliato a tocchetti, 250 gr di farina di grano duro, 2 filetti di acciuga sotto sale, un rametto di rosmarino, qualche foglia di scarola, olio evo, sale e pepe nero. Fettine di pane casareccio.

La sera prima della preparazione, mettere a mollo i ceci, prima sciacquati sotto l’acqua, in un contenitore con acqua fredda e una presa di sale.
Dissalare i filetti di acciuga e pulirle internamente, tritarle assieme a uno spicchio d’aglio e metterle in una piccola ciotola con olio per farle insaporire un po’.
Sciacquare i ceci dall’acqua di ammollo e farli cuocere in una casseruola con acqua fredda, aggiungendo il rosmarino e lo spicchio d’aglio rimasto. Farli cuore almeno per due ore. A fine cottura salare. Scolarli conservando l’acqua di cottura.
Tritare la cipolla e soffriggerla con 2 cucchiai d’olio, unire i ceci, farli insaporire, aggiungendo anche le foglie di scarola lavate e spezzettate grossolanamente ei dadini di pomodoro. Coprite con i lt circa di acqua dei ceci (se non basta aggiungete acqua normale). Cuocete per mezz’ora schiacciano una parte dei ceci, aiutandovi con un cucchiaio di legno e i rebbi di una forchetta.
Nel mentre su di un piano di lavoro impastate la farina di grano duro con 125ml di acqua tiepida: formate una palla liscia, avvolgetela con della pellicola e fatela riposare mezz’ora.
Sul piano di lavoro infarinato, formate dei filoncini di pasta di mezzo centimetro di diametro; tagliateli a pezzetti di 3 cm e schiacciateli, facendoli rotolare sul piano con due polpastrelli. Unite la pasta preparata ai ceci e cuocete il tempo necessario affinché la pasta risulti al dente. Pepate.

Spennellate le fettine di pane casareccio con l’olio alle acciughe preparato e farle tostare qualche istante sotto il grill. Servire la minestra accompagnandole con le fettine di pane preparate. Buon appetito! 

sabato 6 gennaio 2018

Lo Sapevate Che: I delfini si parlano. Ma sono tutte chiacchiere...

Kaitlin Frasier, dell’Istituto oceanografico Scrippa di San Diego, California, voleva sapere quali specie di delfini frequentassero il Golfo del Messico. Ha quindi pensato di integrare gli avvistamenti dalle barche con l’identificazione degli impulsi sonar, o click, che emettono. Impresa non facile. Quando si è messa ad ascoltare le registrazioni dei click fatte da microfoni subacquei, si è subito resa conto che ognuno raggruppava quel suono in modo diverso, e che il nostro orecchio non è in grado di distinguerli. Così si è rivolta all’intelligenza artificiale, che ha una potente capacità di trovare similitudini in montagne di dadi in cui noi ci perdiamo. Dopo aver ascoltato 52 milioni di click, il “delfinologo robotico realizzato dagli informatici è riuscito a estrarre sei categorie di suoni, che si stanno rivelando connessi in effetti a specie precise di delfini. “Grazie all’intelligenza artificiale siamo riusciti a identificare i click tipici del grampo, dei globicefali e della pseudorca, individuando così anche gli ecosistemi marini che preferiscono “dice Frasier. A questo punto viene spontanea la domanda: WI software che avete messo a punto saranno anche in grado di analizzare il linguaggio dei delfini e capirne il significato?” Ma la Frasier taglia corto: “Non esiste nessun linguaggio dei delfini, è solo una fantasticheria romantica!”. Già, se si vuole far irritare un esperto di delfini, basta chiedergli del loro linguaggio: sono stanchi di parlare di una cosa che, per lo più, ritengono reale come i folletti o lo Yeti. Quando nel 2016 il biologo russo Vyacheslav Ryabov annunciò di aver registrato due delfini che “conversavano”, emettendo suoni in alternanza. Richard   Conner, dell’Università del Massachusetts, commentò seccato: “Bullsshit” (Cavolate). Denise Herzing, direttrice scientifica del Wild Dolphin Projet, è più morbida: “Si sa dal 1979 che i delfini comunicano in modo alternato, ma lo fanno anche tanti altri animali e nessuno sostiene che stiano “conversando” “. Insomma per conversare serve un linguaggio, cioè un sistema di comunicazione basato su suoni (o anche gesti) ognuno corrispondenti a precise azioni, oggetti o categorie astratte, ordinati poi a formare frasi, con una grammatica. Fra gli animali però, a parte le grida di allarme associate a specifici predatori in alcune scimmie, non si è trovato nulla di simile: comunicano, ma senza trasmettere significati precisi, solo indicazioni di identità (i cinguettii degli uccelli) territorialità (gli ululati dei lupi, richiami sessuali, (il gracidio delle rane), minacce (l’abbaiare dei cani). Eppure l’idea di “parlare con Flipper” non tramonta: migliaia di siti internet ripetono che i delfini conversano fra loro e che un giorno ne decifreremo il linguaggio. Dovete capire l’irritazione dei colleghi. Questa ossessione per il “linguaggio” dei delfini oscura la ricerca seria sulla loro comunicazione” dice Guido Gnone, biologo marino specializzato in cetacei e responsabile scientifico all’Acquario di Genova. “I delfini sono animali intelligenti, altamente sociali e con capacità eccezionali, come il loro sonar, in grado di individuare una biglia in piena piscina, ma non vedo perché attribuirgli capacità superiori, per esempio, ad animali terrestri comparabili, come i lupi”, Una ragione potrebbe essere nell’atteggiamento che hanno verso l’uomo: né aggressivo, né spaventato, quasi cercassero un contatto. “Sì, è una cosa che colpisce. Sono noti casi di delfini selvatici, spesso rimasti soli, che cercano la compagnia degli uomini o che spontaneamente aiutano i pescatori. Però sospetto che se non avessimo massacrato per millenni gli animali terrestri, forse avremmo un rapporto simile anche con i più intelligenti di loro. Anche se curiosi, i delfini non hanno un linguaggio, ma un complesso sistema di comunicazione, funzionale alle loro esigenze, così come li hanno le scimmie o i pappagalli. Pretendere che “parlino” come noi, e quantomeno ingenuo”. (..). I delfini si scambiano continuamente combinazioni di tutti questi tipi di suoni, soprattutto per trovarsi, riconoscersi come membri di un gruppo, sincronizzarsi nella pesca ed esprimere stati emozionali”. Per esempio sono diversi i suoni associati all’aggressività: una sorta di latrato, scariche di rapidi click verso gli avversari e anche lo sbattere delle mascelle o della coda. “Forse però il suono più straordinario finora identificato è il “fischio firma”, una sorta di “nome proprio” che ogni delfino comincia a emettere poco dopo la nascita, in parte imitando quello della madre, e che poi perfeziona fino a ottenere un suono unico fra i membri del branco. Un delfino si fa riconoscere o trovare ripetendo il proprio fischio e, raramente, chiama anche altri emettendo la loro “firma”, non si sa, se per mostrare amicizia, ostilità o come corteggiamento”. Se hanno “nomi” per indicare individui, però, si potrebbe pensare che ne abbiano altri per indicare cose o azioni. Magari non li abbiamo ancora individuati, perché la complessità di questi suoni, parte dei quali ultrasuoni è troppo grande per il nostro inadeguato sistema uditivo. Non credo. Per quanto si studino da decenni i loro richiami con ogni mezzo, in natura e negli acquari, non si è mai trovata nessuna associazione fra i suoni che emettono e oggetti o azioni: insomma non ci sono “parole” nella loro comunicazione.

Alex Saragosa – Scienze – Il Venerdì di La Repubblica – 29 dicembre 2017 -

Speciale: Qualche Stuzzichino per la Befana!,,

Stuzzichini a Alzata
Per 4 persone

12 grossi crackers con semi di sesamo, 300 gr di prosciutto cotto magro,120 gr di robiola di Roccaverano (che è più pastosa e morbida), 1 dl di panna fresca, 1 cucchiaino di erba cipollina tritata. Qualche pomodorino e qualche oliva nera senza nocciolo.

Ridurre a piccoli pezzi il prosciutto e tritarlo grossolanamente con l’aiuto di un coltello affilato. Mettete nel mixer un paio di cucchiai di prosciutto, con la robiola, anche essa ridotta a tocchettini e frullare un po’ a finché gli ingredienti si amalgamino bene. Unire l’erba cipollina e man mano il residuo degli ingredienti. Trasferire il composto in una ciotola e coprirla con pellicola trasparente. Tenerla in frigorifero almeno per un’ora. Un po’ prima di servire preparare il piatto di portata: Con una spatolina splamare la crema su 4 creker, coprire i crecher con altri crecher e fare un secondo strato. Completando con i crackers rimasti. Guarnirli con spicchi di pomodorini, qualche filettino di oliva nera e foglioline di prezzemolo.

Stuzzichini a Gogò:

Con i gamberi

Per 24 dischetti: 24 fette di pancarrè da cui ricaverete da ogni fetta due dischetti, 250 gr di gamberi, 3 cucchiai di ricotta, semi si sesamo, senzero fresco, un bicchierino di Cognac, burro del migliore, olio evo, sale pepe.

Tenere il burro a temperatura ambiente.
Fare cuocere i gamberi sgusciati dal loro carapace e tolto il budellino nero in due cucchiai di olio con una grattugiata di zenzero, aggiungete fiammeggiandolo il cognac, salate e pepate. Tritateli poi grossolanamente e mescolateli alla ricotta. Accoppiate i dischetti di pane che avrete imburrati e farci teli con ilcomposto preparato. Mettete i semi di sesamo in un piatto piano e passate i dischetti nei semini (che si attaccheranno soprattutto nella parte del composto. Appoggiateli sulla placca del forno ricoperta con carta forno. Riscaldare il forno a 18°° e fateli dorare.

Con il pane di segale

Pane di segale a bastone, 1 fetta di tacchino arrosto, 50 gr di prosciutto cotto, 50 gr di caprino, 1 cucchiaino di miele d’acacia, ½ arancia.

Frullare il tacchino con il prosciutto, prima tutti e due ridotti a dadini, unire il caprino, il succo d’arancia e il miele. Tagliare il pane a dischetti. Mettere il composto in una tasca con bocchetta piccola e formare sulle fette di pane un disegno a vostra scelta.

Con la polenta già preparata:

12 rettangoli di polenta, 12 fettine sottili di vitello, 150 gr di robiola di Roccaverano (che è più morbida) , senape aromatica, un’arancia, un limone, 1 cucchiaio di miele, 2 cucchiai di soia, zenzero fresco.

Fare marinare le fettine di carne per mezz’ora con un composto ottenuto col miele, la soia, il succo dei due agrumi e poco zenzero grattugiato. Sgocciolatele, e farcitele con 100 gr di robiola mescolata con 2 cucchiai di senape e arrotolatele. Spalmate la residua robiola sulle fettine di polenta e disponetevi sopra i rotolini preparati. Squisitissimi!!!

Sfiziosi Stuzzichini per Aperitivo:

Crostini con Frutta e Formaggio

Prendere dei salatini, del pancarrè bianco, del pancarrè ai cinque cereali ( tostateli ), del pane di segale. Tagliateli a forma di triangolino. Su alcuni disponete uno spicchietto di pera e un dadino di roquefort; su altri delle fettine di prugna e delle scagliette di pecorino; su altri delle fettine di albicocca con del primosale.

Stuzzichini con Frutti di Bosco

Utilizzando un tagliapasta tondo dentellato ricavare da ogni fetta di pancarrè 4 dischetti e farli tostare leggermente in forno preriscaldato a 180°. In una ciotolina lavorare il mascarpone con un pizzico di sale, metterlo in una bocchetta dentellata e distribuirne un ciuffetto sopra ogni dischetto di pancarrè. Completare decorando con delle fragole lavate rapidamente in acqua ghiacciata (divise a fette) e con dei kiwi sbucciati e tagliati a pezzetti. Con lo stesso procedimento si preparano altri stuzzichini alternando ai dischetti di pancarrè due diversi tipi di purè di verdure (patate e spinaci oppure patate e rape rosse) alternando i colori e ponendo sopra ogni stuzzichino mezza oliva verde

Dadini di Feta con semi di Finocchio e Pepe Rosa

Tagliate della feta a dadini, cospargete il lato superiore di una metà con semi di finocchio e quello dell’altra con pepe rosa. Serviteli guarniti con rametti di rosmarino.

Cialdine di Parmigiano

Sciogliete del parmigiano grattugiato in un padellino antiaderente, lasciatelo raffreddare. Utilizzate le cialdine come guarnizione o servitele da sole.

Rametti di Sfoglia e Parmigiano


Occorre della pasta sfoglia fresca: ritagliare dei pezzi di pasta di circa 12 cm e larghi 2 cm. Arrotolarli sino ad ottenere dei bastoncini. Disporli sulla teglia del forno foderata da carta da forno e infornarli a forno preriscaldato a 180° per 5 minuti. Grattugiare del parmigiano reggiano e disporlo sui grissini appena tolti dal forno, formando dei rametti sul ramo di grissino. Metterli nuovamente in forno e fare cuocere ancora per circa 10 minuti, fin che risultino dorati.

venerdì 5 gennaio 2018

Lo Sapevate Che: Da New York a Tokyo imperversa una bulimia pizzesca...

L’arte dei pizzaiuoli napoletani (rigorosamente con la U) è diventata Patrimonio Unesco dell’umanità il 7 dicembre. Adesso che i clamori e l’euforia dei primi giorni si sono calmati, cominciano ad emergere le cifre, davvero imponenti, del business prodotto da questo comfort food globale. Sessanta miliardi distribuiti nei cinque continenti. Con record di consumi negli States, dove ogni americano mangia tredici chili di pizza l'anno. E forse questa bulimia pizzesca spiega perché il popolo a stelle e strisce crede fermamente di averla inventata. A seguire ci siamo noi italiani con 7,6 chili pro capite. E i francesi che, nonostante il loro proverbiale sciovinismo, gastronomico e non solo, sono al terzo posto con un ragguardevole 4,3. E poi c’è il dato sorprendente dei giapponesi, che ne hanno fatto uno dei loro piatti di Natale, per celebrare la festa dei doni, importata dall’Occidente. In fondo, sostengono serafici, i colori della Margherita sono identici a quelli di Babbo Natale! Anche i nipponici si erano bevuti la favola della pizza made in Usa. Ma d’ora in poi nessuno potrà più millantare di averla inventata. Perché grazie all’Unesco e al nostro Ministero delle politiche agro-alimentari, è stato riconosciuto ai pizzaiuoli napoletani di aver dato i natali al disco fumante. Che non è altro se non la versione commestibile dell’arte di arrangiarsi. Un piatto popolarissimo che in poco più di due secoli è diventato un mito planetario. Economico, democratico, sostenibile. Bontà spaziale per uno street food globale. Un’icona del made in Italy. Non a caso Oliviero Toscani lo ha definito il più bell’oggetto di design della storia. Insomma ai jeans. Con la differenza che dei jeans si può fare a meno.

Marino Niola – Miti D’Oggi – Il Venerdì di La Repubblica – 22 dicembre 2017 -