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lunedì 27 gennaio 2020

Lo Sapevate Che: La liberazione di Auschwitz


Il 27 gennaio del 1945 i soldati dell'Armata Rossa entrarono nel campo nazista: trovarono circa 7 mila prigionieri ed ebbero la conferma dell'uccisione di massa di centinaia di migliaia di persone

Il 27 gennaio del 1945 i soldati sovietici dell’Armata Rossa superarono il cancello del campo di sterminio nazista di Auschwitz – quello con la scritta “Arbeit macht frei” – che era già stato evacuato. Quel giorno finì ufficialmente il più grande omicidio di massa della storia avvenuto in un unico luogo: è stato calcolato che ad Auschwitz sono morte più persone che in qualsiasi altro campo di concentramento nazista. Sui numeri non ci sono certezze, ma secondo i dati dell’US Holocaust Memorial Museum, le SS tedesche uccisero almeno 960 mila ebrei, 74 mila polacchi, 21 mila rom, 15 mila prigionieri di guerra sovietici e 10 mila persone di altre nazionalità. Oggi, 38 delegazioni provenienti da paesi di tutto il mondo partecipano alle commemorazioni del cosiddetto “Giorno della memoria”.

Dopo l’invasione della Polonia da parte della Germania nel settembre del 1939 – che segnò l’inizio della Seconda Guerra Mondiale – e dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte dei tedeschi (giugno 1941), le SS iniziarono a mettere in pratica operazioni di eliminazione di massa di intere comunità di ebrei. Nel 1941 fu introdotto l’uso di camere a gas mobili montate su autocarri e i nazisti aprirono diversi campi di sterminio. Un ruolo fondamentale nella cosiddetta “soluzione finale” lo svolse il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. Faceva parte di un complesso più grande che comprendeva anche il campo di sterminio di Birkenau e il campo di lavoro di Monowitz. Ad Auschwitz-Birkenau alla fine della primavera del 1943, funzionavano quattro camere a gas che utilizzavano la sostanza tossica nota come Zyklon B.
Nell’estate del 1944, l’offensiva sovietica portò l’esercito fino alla Vistola, a circa 200 chilometri dal campo di concentramento di Auschwitz e all’inizio del 1945 ebbe inizio l’Operazione Vistola-Oder, l’offensiva dell’Armata Rossa per muovere verso il cuore della Germania. A quel punto, i vertici nazisti si resero conto della necessità di procedere con lo smantellamento del lager. Le forze sovietiche entrarono nel campo di Majdanek, vicino a Lublino, Polonia, nel luglio del 1944. Nell’estate del 1944, l’Armata Rossa conquistò anche le zone in cui si trovavano i campi di sterminio di Belzec, Sobibor e Treblinka. Nel novembre del 1944, due mesi prima della liberazione, il ministro dell’interno nazista Heinrich Himmler ordinò di distruggere le camere a gas di Birkenau rimaste ancora in funzione (ma non quelle di Auschwitz) e il 17 gennaio del 1945 ad Auschwitz venne fatto l’ultimo appello generale dei prigionieri.
La SS cominciarono a evacuare il campo a metà gennaio 1945. Migliaia di prigionieri furono uccisi mentre altri, circa 60 mila, furono costretti a un’evacuazione forzata e a prendere parte a quelle che sarebbero poi divenute famose come “marce della morte”. Le marce procedevano in due diverse direzioni: verso nord-ovest, fino a Gliwice, per 55 chilometri lungo i quali venivano raccolti anche i prigionieri dei sottocampi dell’Alta Slesia Orientale (Bismarckhuette, Althammer e Hindenburg); e verso ovest, per circa 60 chilometri, in direzione di Wodzislaw. Durante il cammino, le SS spararono a chiunque cedesse e non fosse più in grado di proseguire: è stato calcolato che circa 15 mila prigionieri siano morti durante queste marce. Chi sopravviveva veniva invece caricato su treni merci e portato nei campi di concentramento in Germania.
Il 27 gennaio quando verso mezzogiorno le prime truppe sovietiche del generale Kurockin entrarono ad Auschwitz trovarono circa 7 mila prigionieri che erano stati lasciati nel campo. Molti erano bambini e una cinquantina di loro aveva meno di otto anni (erano sopravvissuti perché erano stati usati come cavie per la ricerca medica). I sovietici trovarono anche cumuli di vestiti e tonnellate di capelli pronti per essere venduti. E poi occhiali, valigie, utensili da cucina e scarpe: il museo di Auschwitz, tra le altre cose, possiede più di 100 mila paia di scarpe.
L’arrivo dei soldati russi è stato descritto da Primo Levi nel primo capitolo de “La tregua”, intitolato “Il disgelo”. Levi si trovava nel lager di Monowitz:


La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.
Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.
A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.
Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.
Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo.
(…) Charles ed io sostammo in piedi presso la buca ricolma di membra livide, mentre altri abbattevano il reticolato; poi rientrammo con la barella vuota, a portare la notizia ai compagni. Per tutto il resto della giornata non avvenne nulla, cosa che non ci sorprese, ed a cui eravamo da molto tempo avvezzi.
(…) Il mattino ci portò i primi segni di libertà. Giunsero (evidentemente precettati dai russi) una ventina di civili polacchi, uomini e donne, che non pochissimo entusiasmo si diedero ad armeggiare per mettere ordine e pulizia fra le baracche e sgomberare i cadaveri. Verso mezzogiorno arrivò un bambino spaurito, che trascinava una mucca per la cavezza; ci fece capire che era per noi, e che la mandavano i russi, indi abbandonò la bestia e fuggì come un baleno. Non saprei dire come, il povero animale venne macellato in pochi minuti, sventrato, squartato, e le sue spoglie si dispersero per tutti i recessi del campo dove si annidavano i superstiti.
A partire dal giorno successivo, vedemmo aggirarsi per il campo altre ragazze polacche, pallide di pietà e di ribrezzo: ripulivano i malati e ne curavano alla meglio le piaghe. Accesero anche in mezzo al campo un enorme fuoco, che alimentavano con i rottami delle baracche sfondate, e sul quale cucinavano la zuppa in recipienti di fortuna. Finalmente, al terzo giorno, si vide entrare in campo un carretto a quattro ruote, guidato festosamente da Yankel, uno Häftling: era un giovane ebreo russo, forse l’unico russo fra i superstiti, ed in quanto tale si era trovato naturalmente a rivestire la funzione di interprete e di ufficiale di collegamento coi comandi sovietici. Tra sonori schiocchi di frusta, annunziò che aveva incarico di portare al Lager centrale di Auschwitz, ormai trasformato in un gigantesco lazzaretto, tutti i vivi fra noi, a piccoli gruppi di trenta o quaranta al giorno, e a cominciare dai malati più gravi.

Lo Sapevate Che: Come raccontare la Shoah ai bambini? Vi suggeriamo di leggere Il ciliegio di Isaac.


Ognuno di noi vorrebbe che le cose andassero sempre per il verso giusto e che la vita potesse riservarci solo momenti di gioia. Quando poi si è genitori questo desiderio si ingigantisce e l’aspirazione diventa quella che i nostri figli possano vivere in uno mondo senza dolore. Ma la vita non è così e la storia lo dimostra.
Una delle pagine più nere e tristi della storia è sicuramente la Shoah, l’Olocausto, cioè la persecuzione ed il genocidio degli ebrei avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale ad opera dei nazisti.
Come spiegare tutto questo ai bambini? Qualcuno ritiene più corretto non dire nulla, non raccontare, ma noi crediamo sia più corretto non nascondere la verità e cercare di trovare il modo e le parole più adatte per far capire e trasmettere il giusto messaggio, senza angosce e paure.
Il ciliegio di Isaac è uno strumento per farlo. Narra la storia di Isaac, un bambino ebreo che viene deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. E’ una storia dura da raccontare, ma necessaria, per far sapere anche alle nuove generazioni l’atrocità e la drammaticità dell’esperienza vissuta in quegli anni anche da tanti bambini.
Lorenza Farina, l’autrice, ci cala nell’atmosfera cupa e triste della deportazione, vista dagli occhi di un bambino… la separazione dalla mamma, il fango, le urla dei soldati, la rasatura dei capelli, la solitudine, la fame, le lacrime…
Attraverso la lettura si sente quasi freddo, si percepisce la desolazione e l’angoscia; allo stesso modo, a queste sensazioni ci riportano i colori volutamente freddi delle tavole illustrate di Anna Pedron.
Ma in quella che sembra una disperazione senza fine, c’è ancora un barlume di speranza, uno squarcio di luce: Isaac, a cui piaceva molto guardare nel giardino di casa, insieme al nonno, un ciliegio in fiore, conosce ad Auschwitz un ragazzo zingaro che diventa per lui un altro “ciliegio”: Rasìm, che si prende cura di lui e non lo abbandona mai, fino a salvargli la vita.
Il ciliegio di Isaac è un libro dolce e delicato, che, pur affrontando un tema così difficile e cupo, apre alla speranza e all’amore. Perché gli errori del passato siano da monito e guida per un futuro migliore. Per non dimenticare, in occasione della ricorrenza del 27 gennaio, il Giorno della Memoria.
Illustrazioni di: Anna Pedron
Testo e immagini da Filastrocche.it

Speciale: Menù del giorno! ...☺♥


Risotto agli Agrumi
Per 4 persone

Ingredienti:

320 gr di riso, 1 cipolla, 1 lt di brodo (a piacere o carne o vegetale), 1 pompelmo, 2 arance, erba cipollina, parmigiano grattugiato, olio evo.

Il risotto agli agrumi si prepara rosolando la cipolla e tostando il riso con il succo d’arancia, poi completando la cottura allungando il sugo col brodo.
Sbucciare la cipolla, tagliarla a fette sottili e farla rosolare in una casseruola con l'olio.
Aggiungere il riso e farlo tostare, bagnarlo con 4 cucchiai di succo d'arancia e portarlo a cottura, unendo il brodo bollente, un mestolo alla volta
Pelare al vivo, togliendo la pellicina bianca che riveste ogni spicchio, 8 spicchi di arancia e 3-4 di pompelmo.
Tagliare a listarelle la scorza di 1/2 arancia e sbollentarla per 1 minuto circa.
Quando il riso sarà cotto, mantecarlo con il parmigiano grattugiato e guarnirlo con i filetti di scorza d'arancia, gli spicchi d'arancia tagliati a pezzetti, qualche stelo di erba cipollina tritato. Trasferire su un piatto da portata e servite caldo


Spezzatino di Maiale con Carciofi
Per 4 persone

Ingredienti:

700 gr di filetto di maiale, 4 carciofi, 1 limone, 1 carota, ½ cipolla bianca, ½ costola di sedano, un pezzettino di zenzero, 8 bacche di ginepro , una presa di cumino, olio, sale.

Private 4 carciofi delle foglie esterne e quasi completamente dei gambi e spine. Affettateli sottilmente e metteteli in una ciotola con acqua acidulata con succo di limone. In una padella antiaderente con 3 cucchiai di olio, fate soffriggere una carota, ½ cipolla bianca, e mezza costola di sedano tritati, con 8 bacche di ginepro e un pezzettino di zenzero grattugiato. Quando la cipolla sarà dorata, unite i carciofi , ben sgocciolati e asciugati con carta assorbente da cucina, cuocete per 5 minuti. Aggiungete 700 gr di filetto di maiale, tagliato a cubetti di 2 cm di lato e una presa di cumino, continuate la cottura per 15 minuti. Salate e servite.


Frittelle di Arance con sciroppo
Per 6 persone

Ingredienti:

5 arance, 250 gr di farina, 2,5 dl di vino rosso amabile, 160 gr di zucchero, 5 chiodi di garofano, un pezzetto di cannella, 1 foglia di alloro, 1 uovo, 1,2 dl di birra chiara, zucchero, sale, burro, olio.

Mettere la farina in una ciotola mescolata con un pizzico di sale e un cucchiaio di zucchero. Mescolando unire l’uovo prima battuto con la birra e 0,6 dl di acqua fredda e 25 gr di burro sciolto. Mescolare bene il tutto e fare riposare la pastella per un’ora a temperatura ambiente.

Preparare lo sciroppo: in un pentolino mettere il vino, lo zucchero, la stecca di cannella, i chiodi di garofano, la foglia di alloro. Portare a bollore e fare sobbollire lo sciroppo, mescolando finché sarà addensato. Metterlo in una ciotola a raffreddare.

Pelare le arance, eliminare bene le parti bianche, tagliarle a fette.
In una padella con abbondante olio in ebollizione, friggere le fette di arance immerse, una alla volta nella pastella preparata. Farle friggere poche alla volta, girandole dalle due parti. Lasciare assorbire l’olio in eccesso posandole su carta assorbente da cucina. Servirle in piatti singoli, cosparse con lo sciroppo.

domenica 26 gennaio 2020

Lo Sapevate Che: Antisemitismo. Non possiamo dirci innocenti


24 GENNAIO 2020
Stiamo scendendo nell'abisso. Dobbiamo cominciare a domandarci dove porta e quando si fermerà questa mutazione in corso del nostro Paese, che dopo aver travolto il linguaggio e la coscienza civica sta attaccando lo spirito di convivenza fino ad alterare il carattere collettivo degli italiani
DI EZIO MAURO

Stiamo scendendo nell'abisso, senza sapere dove arriveremo, fino a quando cammineremo nel buio. Dobbiamo cominciare a domandarci dove porta e quando si fermerà questa mutazione in corso del nostro Paese, che dopo aver travolto il linguaggio e la coscienza civica sta attaccando lo spirito di convivenza fino ad alterare il carattere collettivo degli italiani, liberando forze sconosciute e inquietanti, in un'inversione morale della democrazia. Chi ignorava gli allarmi di questi ultimi anni, i richiami striscianti al fascismo, la ferocia del linguaggio, la brutalità della politica, e banalizzava ogni regressione azzerandone il significato, oggi si trova davanti un'immagine iconica dell'oscurità in cui stiamo precipitando.

Una stella di David e la scritta "Juden hier" (qui abita un ebreo) tracciate sulla porta di casa a Mondovì di Lidia Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbrück perché staffetta partigiana, e nel campo testimone dell'Olocausto.
Guardiamo fino in fondo quel gesto. Qualcuno è uscito di casa nella notte come un ladro, con lo spray nero, con il proposito di imbrattare in anticipo il Giorno della Memoria, individuando come bersaglio una vittima del nazismo e scegliendo un rituale fascista, per replicarlo nel 2020, in un Paese democratico, nel cuore dell'Europa e in mezzo all'Occidente. Qualcuno tra i minimizzatori dirà adesso che si tratta di un gesto isolato: e ci mancherebbe altro. Ma la verità è che il contesto italiano rende plausibile quell'atto, certamente estremo e tuttavia non incoerente con il clima sociale, politico e culturale, di cui segna anzi il tracciato, spingendosi fino al confine. Si tratta dunque di leggere con attenzione i segni evidenti di questa trasformazione in corso.

Il cittadino privato che s'incarica di regolare conti pubblici secondo lui rimasti in sospeso nella storia, agisce infatti nel momento in cui sente che sono saltati alcuni interdetti costruiti nel tempo dalla democrazia, dal costume occidentale, dalla civiltà giudaico-cristiana, dalla cultura giuridica. Avverte che si è rotta la storia, come patrimonio condiviso del Paese, come pedagogia della conoscenza e come istruzione per la libertà. Soprattutto sente che è venuto meno il legame sociale, il vincolo civico che crea uno scambio implicito di responsabilità tra i cittadini, nella vicenda repubblicana comune. Si sente fuori da quel vincolo, e nello stesso tempo sciolto da ogni obbligo. Libero di varcare il limite, cioè autorizzato a farlo.

C'è dunque un'esemplarità rivolta al pubblico, in quel gesto, qualcosa di rituale, quasi un appello pagano. Come se la scritta dicesse: siamo fuori dalla storia e dalla società, siamo liberi non perché possiamo esprimere al meglio le nostre facoltà ma al contrario perché liberati da ogni dovere e da qualsiasi soggezione morale, da qualunque obbligazione democratica; possiamo dunque liberare con noi i nostri demoni, segnare con la vernice il nuovo punto che congiunge passato e futuro, segnalarlo: un giorno si arriverà fin qui.

È un passaggio cruciale, perché in esso la persona si spoglia della responsabilità sociale di cittadino per tornare individuo, e l'individuo rinuncia al codice della convivenza costruito dai suoi padri per ritornare in un territorio neutro, primordiale, dunque sgombro da ogni tabù democratico. Qui - è il posto giusto - si recuperano gli stilemi fascisti. Ma il fascismo è soprattutto nell'azione che mettendosi in scena si propone come forma estrema della semplificazione antipolitica e populista della complessità contemporanea.

A questo punto la teoria non è necessaria, basta l'evocazione simbolica della vernice: il gesto esemplare nella sua radicalità spiega se stesso mentre si compie.

C'è in più la privatizzazione della storia, la sua distorsione consapevole, nel rifiuto ostinato di ogni sua lezione perché da quella lezione tragica è nata la ripulsa del fascismo, della guerra, della dittatura, delle leggi razziali: e tutto questo va azzerato nel gesto che mentre replica le parole d'ordine dell'orrore che abbiamo vissuto, azzera la vicenda repubblicana, nella consapevolezza che la sua fonte di legittimità morale è proprio in quella Resistenza che ha combattuto il fascismo. Una negazione della realtà, la scelta di una realtà parallela che scende in strada di notte nel silenzio di una città piemontese di provincia, stravolgendo nella radicalità dell'offesa una tranquilla tradizione di moderazione democristiana, a conferma della mutazione in corso.

Poi c'è il bersaglio di questa violenza. Poiché il rifiuto della storia produce ignoranza, hanno individuato la casa di una deportata nei campi nazisti, e l'hanno automaticamente definita ebrea, mentre Lidia Beccaria Rolfi era stata internata come partigiana. Ma l'errore è rivelatore dell'ossessione: dal vortice feroce del neo-razzismo italiano, dalla xenofobia coltivata nella paura, dall'etnocentrismo usato come arma politica, rispunta l'ossessione eterna dell'ebreo. Ancora oggi, e nuovamente, e nonostante tutto.

Anche se siamo colpevoli, oltre che consapevoli, non riusciamo a essere vaccinati, non possiamo dirci innocenti. È come se in questa riemersione a dispetto della storia l'ebreo fosse il punto supremo in cui si raccolgono, si potenziano e si esaltano tutte le pulsioni contro lo straniero, contro l'immigrato, contro l'ospite abusivo, contro il clandestino. Non importa che si tratti di italiani. L'identità ebraica è prevalente e il concetto di razza, sconfitto scientificamente, ritorna proprio sul piano identitario, culturale. Come il migrante, l'ebreo è l'emblema che il neo-razzismo trasforma in bersaglio: uno è oggetto di politiche discriminatorie, l'altro di marchiature simboliche.

La persona-simbolo che è stata oltraggiata a Mondovì aveva rivelato per prima, dopo la liberazione da Ravensbrück, la tragedia delle donne nei campi di concentramento, in una testimonianza parallela a quella di Primo Levi. La strada dove abitava oggi porta il suo nome. I fascisti hanno scelto quel nome, e quell'indirizzo. Sono arrivati fin lì, hanno individuato la casa, e hanno creduto con la loro scritta di ribaltare la storia. Hanno invece segnalato l'orlo del precipizio, dietro la porta malferma del Paese.
Ezio Mauro  - Editoriale – La Repubblica – 25 gennaio 2020

Lo Sapevate Che: L’ANNIVERSARIO 39 anni senza Peppino De Filippo


CINEMA, STORIA, TEATRO

A trentanove anni dalla morte, ci sembra doveroso ricordare uno dei più grandi artisti che Napoli abbia mai avuto, spesso dimenticato, come Peppino De Filippo. Nato a Napoli il 24 agosto del 1903, fratello minore di Titina ed Eduardo, nonché ultimo dei tre figli naturali di Luisa De Filippo ed Eduardo Scarpetta, Peppino trascorre i suoi primi cinque anni di vita a Caivano, un paese a nord di Napoli, allevato da una balia. Nella sua autobiografia (Una famiglia difficile, Marotta 1976), li ricorda come gli anni più belli della sua vita. L’ambiente paesano e contadino ritornerà puntualmente nella produzione teatrale dell’attore e  del Teatro Umoristico, fondato nel 1931 con i fratelli, con opere come: Tutti uniti canteremo, ,  Aria paesana e A Coperchia è caduta una stella, Chi è cchiù felice’e me!, scritta da Eduardo con la collaborazione di Peppino

Il debutto teatrale di Peppino risale al 1908 al Teatro Valle di Roma, in Nu ministro mmiezz’ e’ guaje. Peppino passa da un gruppo artistico all’altro, come la compagnia Molinari al teatro Nuovo e poi nella Compagnia di Francesco Corbinci, al Teatro Partenope, interpretando piccoli ruoli e   guadagnandosi da vivere anche in qualità di buttafuori e trovarobe. Terminato il  servizio militare si scrittura, per un breve periodo, presso la compagnia di Salvatore de Muto, l’ultimo pulcinella; dove il Nostro apprenderà l’arte spontanea e improvvisata della commedia dell’arte per poi passare presso la compagnia Urciuoli composta da noti attori dialettali che giravano l’Italia centrale. Nel 1925 a causa di una trombosi cerebrale, poi peggiorata da una polmonite, muore Eduardo Scarpetta. La figura di quest’ultimo (chiamato lo zio dallo stesso  Peppino) si rivela determi­nante nella vita di quest’ultimo, nel bene e nel male. L’anno seguente Peppino, su consiglio di Eduardo, nel frattempo attore brillante presso la Compagnia di Vincenzo Scarpetta, abbandona la Compagnia Urciuoli e raggiunge il fratello a Roma. Peppino collaborerà con Vincenzo fino all’estate del 1930, quando con Eduardo entreranno nella Compagnia Molinari del Teatro Nuovo di Napoli, raggiungendo Titina. Il 10 ottobre 1929, sposa l’attrice Adele Carloni, con la quale concepisce un figlio, Luigi De Filippo, nato nel 1930. Luigi De Filippo, come lui stesso racconterà, già dalla tenera età comincia a calcare le tavole del palcoscenico, fino a diventare, in età adulta, il miglior collaboratore di Peppino in teatro, dopo la separazione dei fratelli De Filippo.

Nel dicembre 1931 i fratelli De Filippo, lasciata la Molinari, fondano la compagnia Il Teatro Umoristico I De Filippo. Reci­tano accanto a loro attori del calibro di Agostino Salvetti, Tina Pica e Pietro Carloni (marito di Titina). Il debutto avviene il 24 dicembre 1931 con Natale in casa Cupiello (allora atto unico, corrispondente al secondo dei tre atti della versione definitiva) al Kursaal (ex-Filangieri) di Napoli. Il successo è clamoroso. Con­clusa quest’esperienza, è la volta del Teatro Sannazaro: in occa­sione del restauro della struttura. il debutto avviene l’8 ottobre 1932, con Chi è cchiù felice ’e me! di Eduardo (rap­presentata per la prima volta in quell’anno ma scritta nel 1929) e Amori e balestre di Peppino.

Lo stesso anno, per la prima volta, i fratelli Eduardo e Peppino recitano insieme davanti a una cinepresa, nel film Tre uomini in frac di Mario Bonnard, dove i due fanno da spalla all’attore Tito Schipa.  L’anno seguente, i tre De Filippo, che fino a quel momento si erano esibito solo nei teatri di Napoli, cominceranno a scalare i teatri dell’intera nazione. Fu in questo periodo che a Luigi Pi­randello, dopo aver assistito ad un’esibizione dei De Filippo, venne l’idea di collaborare con loro. Il primo incontro avvenne al Sannazaro, a Napoli, durante la rappresentazione di Chi è cchiù felice ‘e me!. In seguito a questo incontro i De Filippo metteranno in scena Liolà, Il berretto a sonagli e L’abito nuovo, scritto da Eduardo e Pirandello. Nel 1938, Peppino avviene l’incontro con Lidia Maresca, nota come Lidia Martora, che ben otto anni dopo, quando entrerà a far parte della nuova compagnia del Teatro Italiano di Peppino De Filippo. Lidia, conosciuta dal Nostro, in occasione del suo debutto nel 1938, diventato poi seconda moglie nel 1971, in punto di morte, sarà la donna più importante della sua vita. Durante gli anni che vanno dal 1942 al 1944 i De Filippo girarono insieme probabilmente i loro film migliori: Non ti pago, di Carlo Ludovico Bragaglia e Non mi muovo, di Giorgio Simonelli. Seguono altre tre pellicole molto riuscite come Casanova farebbe così (nel cui cast compare un giovanissimo e quasi ir­riconoscibile Alberto Sordi), A che servono questi quattrini? di Esodo Pratelli e Ti conosco mascherina, l’ultimo film prima della separazione (Eduardo regista). I De Filippo recitano insieme, a teatro, fino al 10 dicembre del 1944. Dopo quel giorno si separano e Peppino prende la sua strada.

Circa un mese prima, al Teatro Diana di Napoli, la Com­pagnia Umoristica I De Filippo sta provando l’esibizione che di lì a pochi giorni rappresenterà in pubblico. In questo frangen­te avviene una furibonda lite tra Peppino ed Eduardo, dopo la quale i due decidono di continuare fino al 10 dicembre, ultimo giorno previsto per quello spettacolo. Nel 1945 Peppino, lasciata Napoli, si trasferisce nel frattempo a Roma presso l’abitazione di Lidia Maresca. Dopo una fulmi­nea esperienza presso la Rivista di Michele Galdieri, Imputati…alziamoci!, che non lo ha motivato più di tanto, si dedica a spe­rimentare una forma di teatro nuovo, come egli stesso dichiara, più in “lingua” che “dialettale” La nuova gestione capocomicale ebbe inizio a Milano: la Compagnia del Teatro italiano debuttò al Teatro Olimpia il 24 agosto 1945 con I casi sono due di Armando Curcio, commedia adattata al nuovo stile. Ripresa la scrittura, dal 1946 al 1948 Peppino dà vita ad un’abbondante produzione, anche se aspetta un paio d’anni per mettere in scena le sue nuove opere: L’ospite gradito e Quel bandito sono io, da cui nel ’50 Mario Soldati trae il film omonimo.

Nel 1950 Peppino, interprete maschile protagonista, impersona il capocomico di una compagnia di varietà, vanesio e incorreggibilmente donnaiolo nel film Luci del varietà di Alberto Lattuada e Federico Fellini, mentre nel 1951 torna sul set in compagnia di Titina ed Eduardo nel film Ragazze da Marito, definito dalla critica dell’epoca “film della riconciliazione tra i De Filippo”. Dal 1953 fino al 1963 inizia il decennio magico con Totò, con il quale Peppino girerà diversi film di successo, tra questi Totò Peppino e la Malafemmina, La banda degli onesti, Totò Peppino e i fuorilegge, girati nel 1956 Per l’interpretazione di quest’ultimo (che vede recitare anche Titina al fianco dei fratelli), Peppino viene premiato col “Nastro d’argento” come migliore attore non protagonista.

Sempre nel 1956 inizia una tournée nell’America del Sud. Della compagnia fanno parte, tra gli altri, Lidia Martora, Ave Ninchi e Luigi De Filippo. Tornato dalla tournée, Peppino si lancia in un’intensa attività televisiva di farse, del nuovo e vecchio repertorio. Nel 1959 ottiene a Saint-Vincent la Grolla d’oro, un prestigioso premio cinematografico, fondato negli anni Cinquanta da autorevoli critici per valorizzare il cinema italiano. Nei primi anni Sessanta, sempre con Totò gira esilaranti film, come Letto a tre piazze, Signori si nasce, Totò Peppino e la dolce vita, Chi si ferma è perduto, Totò e Peppino divisi a Berlino, Totò contro i quattro (l’ultimo che li vede recitare insieme). Inoltre partecipa al film Boccaccio ‘70, relativamente all’episodio Le tentazioni del dottor Antonio, diretto da Federico Fellini. Il 26 dicembre del 1963, sua sorella Titina De Filippo, si spegne.

Dal 1964 al 1969 Peppino rallenta la produzione cinematografica, mentre in teatro si cimenta nel repertorio molieriano (L’Avaro e Le furberie di Scapino) e goldoniano (La bottega del caffè). In questi anni, Peppino partecipa ad un programma televisivo di varietà, è il conduttore dello spettacolo che si intitolava Scala Reale, creando per l’occasione un personaggio, Pappagone (da lui stesso interpretato), che conquisterà una vastissima popolarità (autunno-inverno 1966-67). Pappagone altri non è che un umile servo al servizio del Cummendatore Peppino De Filippo; in lui convergono le tipiche maschere del teatro napoletano. Alcuni termini utilizzati da Pappagone come pirichè, ecquequà, etc. diventano dei tormentoni del gergo comune.

Il 23 aprile del 1971, a Roma, nella clinica Villa Flaminia, si spegne Lidia Maresca, la sua seconda moglie, alla quale dedicala quarta edizione della sua raccolta di poesie, Paese Mio, pubblicata la prima volta nel 1966. Nel 1976, viene pubblicato il libro di Peppino De Filippo, Una famiglia difficile, che ovviamente suscita un mare di polemiche da parte di critici, giornalisti e addetti ai lavori. L’autobiografia di Peppino porta alla luce inediti particolari circa le origini e l’infanzia dei tre De Filippo. Nel gennaio 1977, per la televisione, Peppino offre una struggente interpretazione del vecchio barbone ne Il guardiano di Harold Pinter. Il regista, Edino Fenoglio, ambienta la vicenda a Milano, trasformando il protagonista in un emigrato napoletano, cui l’attore presta un volto corrugato e immiserito, un gestire stanco e rassegnato, segno di una totale emarginazione dalla vita e dalla società. Sempre nel 1977 Peppino si unisce in matrimonio con Lelia Mangano, attrice teatrale che da alcuni anni fa parte della sua compagnia.

Nel 1979 il Nostro gira il suo ultimo film dal titolo Giallo napoletano, dove interpreta la parte di un vecchio picchiatello, dipendente dal gioco, padre del protagonista interpretato da Marcello Mastroianni. Nello stesso anno Peppino continua la sua attività teatrale fino al mese di maggio, cioè fino a quando la malattia non lo costringe ad un lungo riposo. Durante l’autunno del 1979 Peppino sembra essersi ripreso, al punto da poter registrare per la televisione (RAI 2) il programma Buonasera con… Ma verso la fine dell’anno ha una nuova grave crisi e il 7 dicembre viene ricoverato nella casa di cura Villa Sanatrix di Roma. Peppino De Filippo si spegne, a causa di una cirrosi epatica all’età di 76 anni, poche settimane dopo, il 26 gennaio, a Roma dove viene sepolto nel cimitero del Verano.

sabato 25 gennaio 2020

Lo Sapevate Che: Gli 81 anni del Signor G., quanto ci manca Giorgio Gaber


Nato a Milano il 25 gennaio 1939 e morto la notte di capodanno del 2003, Gaber è stato uno dei più importanti cantautori italiani. Con il suo teatro - canzone ha cambiato il modo di fare musica negli anni Settanta

Oggi il signor G. avrebbe 80 anni. Giorgio Gaberscik, questo il suo vero nome, è nato a Milano il 25 gennaio 1939 in una famiglia della piccola borghesia. Da ragazzo aveva imparato a suonare la chitarra sul modello dei jazzisti che amava, si era fatto le ossa nei club e nelle balere milanesi con Celentano, Jannacci, Tenco. Nel 1957 era stato persino in tournée con Celentano in Germania, prima di diplomarsi ragioniere e poi iscriversi all'Università Bocconi, nel mezzo un'estate in giro per l'Italia con un trio basso-chitarra-pianoforte con Tenco, sperimentando per la prima volta le sue doti di cantante.


Nel '59 Gaber forma con Enzo Jannacci un duo, I Due Corsari, che debutta con il 45 giri 24 ore/Ehi! Stella e l'anno dopo Una fetta di limone. Il successo arriva negli anni Sessanta, quando inizia il sodalizio con lo scrittore Umberto Simonetta, Gaber scrive la musica, Simonetta le parole. In questo decennio partecipa quattro volte al festival di Sanremo con Benzina e cerini  in coppia con Maria Monti da cui nascerà la figlia Dalia, Così felice, nel '66 con uno dei suoi successi più grandi, Mai, mai, mai, ... E allora dài!; in coppia con Remo Germani. Alla fine di quel decennio avviene la rivoluzione perché come raccontava: "Andavo alla televisione, cantavo una canzone, facevo un bell'inchino. Poi mi guardavo e mi facevo schifo".


Il 6 ottobre 1970 convoca amici e giornalisti negli studi Regson di Milano ed esegue dal vivo la prima stesura di uno spettacolo intitolato Il signor G.: è nato il teatro - canzone grazie anche all'incontro con Sandro Luporini, che diventa il suo alter ego. Seguono altri spettacoli, Dialogo tra un impegnato e un non so, Far finta di essere sani, e brani diventati classici come Lo shampoo e La libertà. Negli anni il pubblico per il suo teatro - canzone cresce. A metà degli anni Settanta una nuova sterzata. "Fino al 1976 ho trovato molti stimoli - racconterà lo stesso "cantattore" - poi il resto mi è sembrato una ripetizione". La reazione è del 1980: Io se fossi Dio, un'invettiva di 14 minuti scritta dopo l'uccisione di Aldo Moro ma che le case discografiche avevano avuto paura di pubblicare.


Con Guccini e Battiato nell'81 partecipa a un concerto di raccolta fondi per Lotta continua, ma nel corso degli anni Ottanta la distanza con la politica si fa sempre più grande e lo fa giungere alla dichiarazione di Qualcuno era comunista. "Sì, qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come, più di sé stesso. Era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall'altra, il senso di appartenenza a una razza, che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita. No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali, senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici. E ora? Anche ora, ci si sente come in due. Da una parte l'uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall'altra, il gabbiano senza più neanche l'intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo".

È una canzone che lo libera e gli permette di sganciarsi da qualunque affiliazione politica dandogli nuova spinta creativa, negli ultimi anni della sua carriera scrive quindi gli ultimi capolavori, canzoni come Destra - sinistra, Canzone della non appartenenza, Il conformista. Gaber muore la notte di capodanno del 2003, dopo una lunga malattia, lascia la moglie Ombretta Colli e la figlia Dalia. Quello stesso anno esce il suo ultimo album Io non mi sento italiano, una sorta di testamento in cui in qualche modo si ribalta la tesi del titolo e che testimonia il suo valore di artista nella storia della musica e canzone italiana. "Io non mi sento italiano. Ma per fortuna o purtroppo lo sono". https://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2019/01/25/news/gli_80_anni_di_mister_g_quanto_ci_manca_giorgio_gaber-217420775/

Lo Sapevate Che: Alessandro Baricco compie 62 ANNI. Addio giovinezza, resta il talento


 Nel Circo della vita e dello spettacolo
Scrittore tra i più conosciuti e amati dai lettori di narrativa in Italia, Alessandro Baricco nasce a Torino il 25 gennaio del 1958. Si forma nella sua città sotto la guida di Gianni Vattimo, laureandosi in Filosofia con una tesi di Estetica e studia contemporaneamente al conservatorio dove si diploma in pianoforte. L'amore per la musica e per la letteratura, ispirano fin dall'inizio la sua attività di brillante saggista e di narratore.
Critico musicale scaltro e di notevole apertura, esordisce inizialmente con un libro dedicato ad un autore apparentemente non nelle sue corde: Rossini (Baricco, giudicando a posteriori, sembrerebbe infatti più adatto ed orientato agli autori contemporanei o quantomeno "di tendenza"); il titolo del volume è allettante ("Il genio in fuga. Sul teatro musicale di Rossini"),
e troverà un entusiasta editore presso Einaudi, anche se verrà poi ristampato dal Melangolo.
Malgrado il bel saggio, però, la dilagante fama che toccherà al brillante conduttore della trasmissione televisiva di "Pickwick" è, a quel tempo, ancora di là da venire.
Nel 1991 prende corpo il primo esempio della sua vena narrativa, "Castelli di Rabbia", romanzo prontamente pubblicato da Bompiani che provoca fra l'altro alcune divisioni in critici e lettori: "sorte" che sembra contrassegnare tutta l'attività di questo autore in tutti i campi in cui si è via via cimentato. Amato o odiato, accusato di fatuità o difeso a spada tratta come uno dei pochi esempi di intellettuale eclettico e coerente (malgrado la sua fama, ha sempre rifiutato comparsate televisive di vario ordine e "grado"), il suo personaggio e il suo operare non lasciano mai indifferenti.
Ha collaborato a trasmissioni radiofoniche e ha esordito in TV nel 1993 come conduttore di "L'amore è un dardo", una fortunata trasmissione di Raitre dedicata alla lirica, che rappresentava il tentativo di gettare un ponte tra un mondo affascinante ma spesso impenetrabile ai più, e il comune pubblico televisivo.
Ha in seguito ideato e condotto il già menzionato "Pickwick, del leggere e dello scrivere ", programma dedicato alla letteratura, affiancato dalla giornalista Giovanna Zucconi.
Per quanto riguarda invece la sua attività di osservatore del mondo, bellissima la rubrica curata su "La Stampa" e "La Repubblica", in cui Baricco, con stile narrativo, stendeva articoli e riflessioni circa gli avvenimenti più disparati, dalla partita di tennis al concerto pianistico, dalle performance delle star del Pop alle rappresentazioni teatrali.
Il tentativo era quello di ritrarre fatti legati alla quotidianità o al caravanserraglio mediatico tramite un'ottica che porti il lettore a svelare quello che spesso si cela in seconda battuta dietro il grande circo che la realtà rappresenta.
Il frutto di questi pellegrinaggi nel girotondo della vita e dello spettacolo darà corpo ai due volumi di "Barnum" (recanti il sottotitolo, non a caso, di "Cronache dal Grande Show"), dal titolo omonimo della stessa rubrica.
Dopo l'enorme successo di "Oceano mare", l'ultima fatica dello scrittore italiano è rappresentata dal breve "City" per la cui promozione lo scrittore ha scelto unicamente la strada telematica. L'unico spazio dove Baricco parla di City è il sito Internet appositamente creato: www.abcity.it.
"Non mi sembra onesto", spiega lo scrittore, "parlare in pubblico di ciò che ho scritto. Tutto quello che avevo da dire su City l'ho scritto qui e ora me ne starò in silenzio".
Nel 1998, è protagonista di un'altra avventura televisiva, scaturita stavolta dalla pratica teatrale. Si tratta della trasmissione "Totem", durante la quale, prendendo spunto da alcune pagine di testi letterari, commenta e narra i passi più salienti di racconti e romanzi, facendo in controluce riferimenti di ogni genere e in specie di tipo musicale.
Per quanto riguarda il suo rapporto con il computer e la Rete, ha affermato, in una recente intervista: " La filosofia del link mi affascina, lo amo di per sé, come la filosofia del viaggio e dello scarto. Lo scrittore, però, viaggia fra i limiti della sua testa, e per la lettura la cosa affascinante è ancora sempre seguire il viaggio di uno. Credo che, di fatto, poi Conrad facesse questo: apriva delle finestre, entrava, si spostava. Flaubert faceva questo. Ma è egli stesso che ti detta il viaggio e tu segui. Quella libertà di vedere un testo e viaggiarci come tu vuoi mi sembra una libertà che non trovo così affascinante. Trovo più affascinante seguire un uomo che non ho mai conosciuto nel viaggio che ha intrapreso notando aspetti che lui stesso avrà notato o meno. Ripercorrere le sue orme, questa credo che sia la cosa affascinante della lettura".
Baricco ha anche dato vita a Torino alla scuola di scrittura "Holden", dedicata alle tecniche narrative.
"Lezione ventuno" è il suo primo film, del 2008, da lui scritto e diretto. Il film ruota attorno al personaggio del professor Mondrian Kilroy - già presente nel suo romanzo City (1999) - e ad una sua lezione - la numero 21 - riguardo alla nascita della nona sinfonia di Beethoven.
Bibliografia
Saggi:- Il genio in fuga. Sul teatro musicale di Rossini, Menangolo 1988- L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin, Garzanti 1992
Romanzi:- Castelli di rabbia, Rizzoli 1991- Tascabili Bompiani 1994, Premio Selezione Campiello, Prix Medicis etranger- Oceano mare, Rizzoli 1993, Premio Viareggio- Seta, 1996- City, 1998- Senza sangue, 2002- Omero, Iliade, 2004 (adattamento in prosa dell'Iliade omerico)- Questa storia, 2005- Emmaus, 2009- La storia di Don Giovanni, 2010
Teatro:- Novecento, Feltrinelli 1994