martedì 3 dicembre 2013

Lo Sapevate Che: Per Posta...


Un Paese più giovane serve anche ai vecchi
Per non gettare la spugna

Caro Michele, per una volta dissento da te. Inviti te medesimo e quelli della tua generazione ad abdicare, citando un tuo amico a cui Renzi non piace, ma ci si rassegna e lo vota. Abdicare, ma da che cosa? Dalla corsa alle poltrone, d’accordo. Ma dal sostenere, anche in forme militanti, le nostre idee e le scelte che ne derivano, giammai! Semmai il contrario. Come vecchiacci abbiamo il dovere di usare la libertà dell’ingombro delle ambizioni nell’interesse di tutti. Altrimenti rischiamo di fare la fine – il paragone è eccessivo ma “fraintendimi giusto”, come dicono i miei conterranei svedesi – di quegli anziani democratici tedeschi che, di fronte ai cori entusiasti della Hitlerjugend, non erano d’accordo, ma nemmeno si opponevano, perché si sentivano, in qualche modo, fuori dalla storia.
Gian Giacomo Migone

Caro Michele, mi permetto di darti del tu perché apparteniamo quasi alla stessa generazione. Quando ho letto l’Amaca sulla necessità di passare la mano, di abdicare addirittura, ho avuto un sussulto di indignazione. Io ho insegnato per quasi quarant’anni nelle scuole superiori e, lucidamente, ho deciso di andare in pensione prima che il mio spirito ribelle, l’entusiasmo per il mio lavoro, l’attenzione verso i giovani venissero meno. Ho passato il testimone ad altri giovani: alcuni anche miei alunni o tirocinanti. Ma abdicazione, quella no! Non ho mai gestito alcun potere, nemmeno dalla cattedra in tempi lontani. La mia sinistra, quella dell’eguaglianza, della difesa dei deboli e dell’ambiente, in Italia non ha avuto alcun potere; se, invece, parliamo della sinistra (scritto in minuscolo) del privilegio, degli intrallazzi, degli amici degli amici, è lei che ha gestito il potere.
Non accetto il conflitto tra le generazioni che si sta innescando: come madre, come insegnante, come elettrice ho lottato e creduto nei valori della sinistra. Anch’io ho votato Bersani, ma perché parlava di Italia Bene Comune, non per affinità generazionale: e ora volete consegnare l’Italia a qualcuno, solo perché “giovane”, che lo scorso anno già non aveva convinto molti con i suoi slogan di sorpassato stampo blairiano. I veri giovani sono i ventenni e a loro spetta il futuro. A noi spetta accompagnarli sul loro cammino, non per tenerli sotto tutela, ma per evitare che commettano i nostri errori.
Caterina Abbate

Caro Migone, cara professoressa Abbate, dopo avere tanto parlato di giovani, su queste due pagine, occupiamoci un poco di noi cinquanta-sessantenni (su per giù). La parola “abdicazione”, presa in prestito da un mio amico molto autocritico e usata per un’Amaca che ha provocato molte reazioni, era volutamente “drammatica”. Serviva – appunto – a fare discutere. Partiva, però non da un sentimento privato, ma da un dato oggettivo inconfutabile: l’invecchiamento del Paese e delle sue classi dirigenti, che in alcuni settori (il potere economico e bancario, per esempio) ha prodotto una vera e propria gerontocrazia. Di contro, l’accesso dei giovani al lavoro, dunque all’autonomia economica, diventa sempre più arduo e sempre più ritardato.
Non è un dettaglio.
E’ un macigno ed è- in potenza – il più esplosivo conflitto sociale che cova sotto la cenere. Cosa che dà a Matteo Renzi tutto il diritto di porre la questione del ricambio  generazionale come centrale; e costringe anche noi adulti pensierosi (e con figli disoccupati) a farci qualche domanda. Non possiamo certo farci una colpa della nostra esuberanza, dell’energia con la quale abbiamo occupato la scena a vent’anni per non mollarla più. Amo parecchie cose da rivendicare, come generazione: una grande curiosità culturale prima di ogni altra. Ma possiamo anzi dobbiamo chiederci se non ci sia un nesso tra la nostra ingombrante vitalità e la rassegnazione di molti ragazzi. In più, possiamo e dobbiamo chiederci quante delle nostre speranze e delle nostre buone intenzioni hanno trovato sbocco politico; quante sono abortite lasciando molti di noi alle prese con mere faccende del potere e di successo personale. Abbiamo fatto buon uso degli ideali potenti che i nostri padri, usciti dal fascismo e dalla guerra, ci hanno lasciato in eredità con la Costituzione, e molti di loro con l’esempio di una intera vita?
Sono contrario alle lagne autocritiche, ma anche al compiacimento facile.
Sento, semplicemente, che la discussione in corso è inevitabile. Non so se chi verrà dopo di lui saprà fare meglio o peggio. Ma so per certo che lo scenario deve cambiare, e drasticamente, perché altrimenti questo Paese fa la muffa. In uno scenario nuovo, tra l’altro, anche noi “vecchietti” potremmo essere più stimolati; e dunque più utili. (…)

Michele Serra – 29 novembre 2013

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