Un Paese più giovane
serve anche ai vecchi
Per non gettare la
spugna
Caro Michele, per una
volta dissento da te. Inviti te medesimo e quelli della tua generazione ad
abdicare, citando un tuo amico a cui Renzi non piace, ma ci si rassegna e lo vota.
Abdicare, ma da che cosa? Dalla corsa alle poltrone, d’accordo. Ma dal sostenere, anche in forme militanti,
le nostre idee e le scelte che ne derivano, giammai! Semmai il contrario. Come
vecchiacci abbiamo il dovere di usare la libertà dell’ingombro delle ambizioni
nell’interesse di tutti. Altrimenti rischiamo di fare la fine – il paragone è
eccessivo ma “fraintendimi giusto”, come dicono i miei conterranei svedesi – di
quegli anziani democratici tedeschi che, di fronte ai cori entusiasti della
Hitlerjugend, non erano d’accordo, ma nemmeno si opponevano, perché si
sentivano, in qualche modo, fuori dalla storia.
Gian Giacomo Migone
Caro Michele, mi permetto di darti del tu perché apparteniamo
quasi alla stessa generazione. Quando ho letto l’Amaca sulla necessità di
passare la mano, di abdicare addirittura, ho avuto un sussulto di indignazione.
Io ho insegnato per quasi quarant’anni nelle scuole superiori e, lucidamente,
ho deciso di andare in pensione prima che il mio spirito ribelle, l’entusiasmo
per il mio lavoro, l’attenzione verso i giovani venissero meno. Ho passato il
testimone ad altri giovani: alcuni anche miei alunni o tirocinanti. Ma
abdicazione, quella no! Non ho mai gestito alcun potere, nemmeno dalla cattedra
in tempi lontani. La mia sinistra, quella dell’eguaglianza, della difesa dei
deboli e dell’ambiente, in Italia non ha avuto alcun potere; se, invece,
parliamo della sinistra (scritto in minuscolo) del privilegio, degli
intrallazzi, degli amici degli amici, è lei che ha gestito il potere.
Non accetto il conflitto tra le generazioni che si sta innescando:
come madre, come insegnante, come elettrice ho lottato e creduto nei valori
della sinistra. Anch’io ho votato Bersani, ma perché parlava di Italia Bene
Comune, non per affinità generazionale: e ora volete consegnare l’Italia a
qualcuno, solo perché “giovane”, che lo scorso anno già non aveva convinto
molti con i suoi slogan di sorpassato stampo blairiano. I veri giovani sono i
ventenni e a loro spetta il futuro. A noi spetta accompagnarli sul loro
cammino, non per tenerli sotto tutela, ma per evitare che commettano i nostri
errori.
Caterina Abbate
Caro Migone, cara
professoressa Abbate, dopo avere tanto parlato di giovani, su queste due
pagine, occupiamoci un poco di noi cinquanta-sessantenni (su per giù). La
parola “abdicazione”, presa in prestito da un mio amico molto autocritico e
usata per un’Amaca che ha provocato molte reazioni, era volutamente
“drammatica”. Serviva – appunto – a fare discutere. Partiva, però non da un
sentimento privato, ma da un dato oggettivo inconfutabile: l’invecchiamento del
Paese e delle sue classi dirigenti, che in alcuni settori (il potere economico
e bancario, per esempio) ha prodotto una vera e propria gerontocrazia. Di
contro, l’accesso dei giovani al lavoro, dunque all’autonomia economica, diventa
sempre più arduo e sempre più ritardato.
Non è un dettaglio.
E’ un macigno ed è- in
potenza – il più esplosivo conflitto sociale che cova sotto la cenere. Cosa che
dà a Matteo Renzi tutto il diritto di porre la questione del ricambio generazionale come centrale; e costringe anche
noi adulti pensierosi (e con figli disoccupati) a farci qualche domanda. Non
possiamo certo farci una colpa della nostra esuberanza, dell’energia con la
quale abbiamo occupato la scena a vent’anni per non mollarla più. Amo parecchie
cose da rivendicare, come generazione: una grande curiosità culturale prima di
ogni altra. Ma possiamo anzi dobbiamo chiederci se non ci sia un nesso tra la
nostra ingombrante vitalità e la rassegnazione di molti ragazzi. In più,
possiamo e dobbiamo chiederci quante delle nostre speranze e delle nostre buone
intenzioni hanno trovato sbocco politico; quante sono abortite lasciando molti
di noi alle prese con mere faccende del potere e di successo personale. Abbiamo
fatto buon uso degli ideali potenti che i nostri padri, usciti dal fascismo e
dalla guerra, ci hanno lasciato in eredità con la Costituzione, e molti di loro
con l’esempio di una intera vita?
Sono contrario alle
lagne autocritiche, ma anche al compiacimento facile.
Sento, semplicemente,
che la discussione in corso è inevitabile. Non so se chi verrà dopo di lui
saprà fare meglio o peggio. Ma so per certo che lo scenario deve cambiare, e
drasticamente, perché altrimenti questo Paese fa la muffa. In uno scenario
nuovo, tra l’altro, anche noi “vecchietti” potremmo essere più stimolati; e
dunque più utili. (…)
Michele Serra – 29 novembre 2013
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