Il Confine E’ Diventato
una parola molto
usata nel senso geografico e politico. Era in decadenza da circa sessant’anni,
diciamo dalla fine della (ultima) guerra mondiale. In decadenza in America ma soprattutto
in Europa. I viaggi, specie dei giovani, erano in costante aumento ma quello
che aveva superato e messo nel dimenticatoio quella parola era stato lo
sviluppo tecnologico di Internet: i giovani navigavano in rete nell’infinità
dei siti, dei social network, degli indirizzi, delle enciclopedie di ogni
lingua e di ogni Paese. Ogni confine era scavalcato, superato, abolito. Ma
all’improvviso, sa pochi mesi a questa parte, quella parola è tornata di moda a
causa delle ondate sempre più crescenti delle migrazioni dei poveri verso i Paesi
ricchi. E’ un ondata che durerà molti anni, a dir poco venti ma forse anche di
più, perché sono non soltanto individui ma popoli interi che cambino Paese e ne
cercano un altro. Del resto la preistoria della nostra specie comincia così: i
nuclei di umanità esistenti nell’Africa nilotica, nel Pamir, nella estrema
steppa siberiana, nelle profonde foreste e nelle valli dell’Europa, si mossero
in tutte le direzioni percorrendo apiedi o su zattere improvvisate il corso dei
fiumi e vagando per migliaia di chilometri e di generazione in generazione in
tutti i Paesi del mondo. Si esce dalla preistoria e si entra nella storia
quando il movimento dei popoli rallenta e si costituiscono comunità
residenziali. Da quel momento nasce la parola confine: è un limite geopolitico
che i residenti difendono contro eventuali invasioni o varcano per portarlo
avanti e ingrandire lo spazio da loro abitato e dominato. Così si formano le
religioni, i linguaggi, gli imperi e l’identità dei popoli, gli imperiche ne
disciplinano i comportamenti. Confine e identità, anche individuale, diventano
due parole strettamente connesse tra loro. Man mano che il pensiero e il
desiderio di capire avanzano confine e identità sono vissuti come elementi al
tempo stesso positivi ma limitativi. Per capire meglio gli altri ma anche se
stessi occorre mantenere la propria identità ma superare il confine perché solo
in quel modo l’identità si arricchisce e diventa esperienza e l’individuo
difende la propria diversità dagli altri. (..). Dicevamo Che Oggi le imponenti migrazioni dei poveri
verso Paesi ricchi hanno riportato in auge il confine e la difesa
dell’identità. Ma questo è un impoverimento. I popoli vaganti sono milioni e
milioni, attualmente valutati 60 milioni, ma in realtà sono molti di più in un
mondo che ha già raggiunto i 7 miliardi di abitanti. La diseguaglianza sociale
è enorme e stimola migrazioni di massa, a dir poco di un quarto di quella
cifra, diciamo un miliardo e mezzo di persone. Il loro movimento si può limitare
se i popoli ricchi saranno in grado di trasferire capacità e risorse nei luoghi
dove abitano i popoli poveri se nel contenuto riusciranno a limitare ulteriori
aumenti demografici. Oppure dovranno rassegnarsi alle migrazioni e
all’azzeramento dei propri confini. Se questo avverrà pacificamente e si
trasformerà in accoglienza opportunamente organizzata, vi sarà nel mondo un
notevole aumento del meticciato che non è un elemento negativo ma al contrario
positivo dal punto di vista antropologico. Di tutta questa realtà occorre
essere consapevoli e tradurla in comportamenti adeguati se vogliamo sperare in
un futuro migliore.
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